Il Lago di Carezza.

Postati in misteri, miti e leggende su gennaio 9, 2009 da iceagezine

Di Anna Le Rose

Nelle escursioni in giro per la nostra stupenda Italia ho avuto la fortuna, e soprattutto il privilegio, di godere di uno spettacolo a dir poco estasiante. Un luogo che ancora sa di Magia e di Leggenda, dove l’arcobaleno sembra danzarci attorno stringendoci assieme ai fitti boschi che lo circondano. Questo, e molto di più (per l’occhio che sa sporgersi verso l’Infinito e l’orecchio che ode il Silenzio), è il Lago di Carezza, in tedesco Karersee e in lingua ladina “Lec de Ergobando” (o arcoboàn), ovvero Lago dell’Arcobaleno … smeraldo incastonato tra maestosi abeti alle pendici del Latemar.

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Una persona a me cara, abituè dell’Alto Adige, mi parlò di questo lago e della leggenda ad esso legata e subito in me nacque il desiderio di recarmi in quel luogo “magico”, alla ricerca di qualcosa, o forse di nulla, o solo per ritrovare i colori che avevo perso…

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C’era una volta un’Ondina, incantata creatura dei laghi. Era sua abitudine sedersi sulle sponde del lago e cantare, ma se sentiva giungere qualcuno immediatamente si tuffava nascondendosi i fondo al lago. Un dì’, uno stregone la vide e da quel momento decise di farla sua ad ogni costo… Provò e riprovò, cento, mille volte, ma gli animali che popolavano i boschi riuscivano sempre ad avvisare la bella Ondina prima che lui arrivasse. Fu così che, preso dallo sconforto e forse anche dalla rabbia, si recò dalla Jacuta, una vecchia strega di montagna, per ricevere consiglio. Lei gli consigliò di vestirsi da vecchio e creare un arcobaleno sul lago in modo da attirare l’Ondina, suscitando la sua curiosità. Gli disse anche di portare con se degli oggetti d’oro per far credere alla magica creatura che l’arcobaleno poteva essere creato solo grazie a questi, riuscendosi ad avvicinare così tanto da poterla prendere. Lo stregone diede vita ad un meraviglioso arcobaleno che finiva dritto nel lago…

L’Ondina, come previsto uscì dall’acqua, ma lo stregone, preso dalla situazione, dimenticò il travestimento così lei fuggì senza farsi più vedere! Ciò causò l’ira dello stregone che spezzò l’arcobaleno in mille pezzi e li gettò nel lago… Capite ora perchè il lago ha questi incredibili colori?

Luisa Schirru… Nel Buio.

Postati in arte su gennaio 9, 2009 da iceagezine

Di Alberto Facchini (montaggio immagini di Anna Le Rose sulla base di “waves become wings” – This Mortal Coil)

D’Arte è fatto il mondo, filtrando agli occhi dell’animo sensibile. Ciò che rimane di tali sensazioni può essere un tentativo di fissarle attraverso modi di espressione quali la Musica, la Scrittura, la Fotografia, la Pittura. Si cimenta con quest’ultima l’Artista che vi facciamo conoscere oggi. Classe 66 e un lavoro che la tiene a stretto contatto con il mondo giovanile.

1- Parliamo di ciò che non si vede, il non-colore che confonde e nasconde tutto, anche gli stati d’animo a volte… Cos’è il Buio?

Luisa: Il Buio è la dimensione della ricerca. Là nelle pieghe esistenziali, a mani nude ci si apre ai sentieri del non detto e in un corpo a corpo con ciò che indistintamente abita il buio si da forma alla luce…

2- Abbiamo avuto il piacere e l’onore di conoscere un’altra Luisa attraverso la personale che hai tenuto a Cagliari a febbraio del 2008, mi viene da chiederti quale necessità ti abbia spinto a realizzare questa fortunata mostra e come definiresti quest’ “altra” metà di Luisa…

Luisa: Alla base della scelta non c’è stata nessuna necessità… Forse non c’è stata neppure una vera e propria scelta… Mi ha convinto l’interesse di persone alle quali ero completamente sconosciuta come persona, il loro apprezzare quell’ammasso di colori è stato sufficiente ad accettare di esporre i “pensieri” che in questi ultimi anni ho annotato sulle tavole… Non so ancora quanto davvero sia riuscita ad “espormi”… The dark side… Se dovessi averne una non saprei definirla e in questa circostanza ho soltnto espresso, indicato un possibile percorso per fare autobiografia…

3- Nelle tue tavole si sovrappongono diversi stati d’animo: dal buio costante emergono tinte diverse in modo brusco, attraverso schizzi o squarci… E’ un modo per definire emozioni forti e violente che riaffiorano?

Luisa: La costante lotta tra logos ed eros…

4- Personalmente ho avuto la sensazione che desiderassi far capire, a chi osserva con attenzione, che la tua Realtà, pur non priva di turbamenti e angosce, faccia parte di un unico disegno che sei riuscita ad accettare nella sua totalità… lo Ying incontra lo Yang?

Luisa: Si… Mi guida una visione del mondo che tutto unisce… Legati all’origine e orientati alla fine…

5- Qual è la tua Luce?

Luisa: Confidare ancora nell’abbraccio caldo e protettivo della Terra e nell’idea di mistero che viene dalla sfera celeste… nel sogno rivelatore che ci riconduce al mito…

6- La tua dimensione artistica è condivisa dalle persone a te più care?

Luisa: Mi viene da sorridere… Fino al momento dell’esposizione erano davvero poche le persone che sapevano, che erano entrate in contatto con quella parte di me… Negli anni mi sono costruita una modalità d’uso del colore ed una tecnica del tutto personale e funzionale esclusivamente al raccontarmi là dove non erano più sufficienti e pregnanti le parole, per cui, al di là delle due persone che ho reso realmente partecipi, non ho mai fatto opera di diffusione… La dimensione nella quale nascono le tavole… beh quella è una storia più complessa… Ci si sente sempre un po’ soli quando a corto di termini condivisi si fa ricorso alla forza evocativa del colore e non sempre si viene riconosciuti nei contenuti che si vogliono comunicare…

7- Progetti futuri? Sbaglio o si parla di un dvd?

Luisa: Per quanto nella mia professione, sono una pedagogista, sia abituata a programmare, in questo caso non mi viene naturale… Appena recupero nelle mie “peregrinazioni” biografiche qualcosa di motivante su cui lavorare e appena incontrerò altre persone capaci di guardare con gli occhi dell’anima i nuovi ammassi di colore allora si vedrà… Intanto continuo a procedere nel buio…

8- Saluti, baci, abbracci e… un arrivederci?

Luisa: Intanto un ringraziamento per aver dato voce alle mie tavole e per avermi fatto uscire allo scoperto! Ora si tratta di attendere, qualcosa arriverà… Prima o poi…

L’Era Glaciale è pronta a colpire ancora…

Postati in Immagini e Video su dicembre 24, 2008 da iceagezine

Buon Anno

www.myspace.com/iceagezine

 

Ice Age for Popoli! DIFFONDETE!!!

Postati in Comunità Solidarista Popoli con i tag su novembre 9, 2008 da iceagezine

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www.comunitapopoli.org

The Cure live, Roma 29 febbraio 2008

Postati in Immagini e Video su ottobre 29, 2008 da iceagezine

Montaggio a cura di Anna Le Rose sulle note di “Boys don’t cry”-The Cure

John Foxx & Louis Gordon live report. Marghera, 18 ottobre 2008

Postati in musica su ottobre 25, 2008 da iceagezine

Di Mac

Il 18 ottobre alla Fucina Controvento di Marghera, si è tenuto il concerto di John Foxx & Louis Gordon (unica data italiana).

Pubblico abbastanza eterogeneo, tra cui gente che si è fatta parecchi km per non perdersi il concerto (tra cui il sottoscritto).

L’inizio intorno a mezzanotte, quando i due artisti sono saliti sul palco.

Strumentazione elettronica, chiaramente, ma ristretta e funzionale (i tempi dei musicisti elettronici circondati da tastiere sembrano davvero lontani). Rispetto al concerto di Cento dello scorso anno, che era stato incentrato su Metamatic, i nostri si sono esibiti in un repertorio più vasto. Da pezzi più recenti, tra cui una A million cars particolarmente tirata, a quelli del periodo Ultravox! (l’immancabile My sex, per esempio, ma anche una sorprendente versione elettronica di Young Savage, che non ha certo perso la sua carica iconoclasta). Passando ovviamente per i pezzi dei primi dischi solisti, da Burning car (forse il pezzo più applaudito dal pubblico) all’eterea The garden (a mio avviso il momento top del concerto). John Foxx era, come di consueto, molto misurato (anche se ha mostrato di gradire l’affetto del pubblico), mentre Louis Gordon era trascinante nei modi in cui sembrava “aggredire” la tastiera. Decisamente lontano dall’immagine standard del musicista elettronico algido… Quando il concerto, con l’esecuzione di Endlessly, sembrava volgere al termine, ecco che il Nostro ha attaccato a sorpresa Shifting city, che è stato il pezzo di chiusura. Dopo un’ora e 40 minuti di magia (non riesco a definirli diversamente), John Foxx e Louis Gordon si sono congedati tra gli applausi. Il viaggio è stato duro ma, credetemi, ne è valsa la pena…

Vigilanza e Tradizione!

Postati in musica su ottobre 20, 2008 da iceagezine

Di Anna Le Rose

“Ribelli contro l’attimo della precarietà…”

Al loro esordio su lunga durata I Recondita Stirpe non smentiscono le aspettative, anzi, con “Nessuna Letargia”, lavoro pregno di suggestioni e richiami, la formazione genovese ci fa dono di 12 tracce che ci investono con tutta la forza che può avere il manifesto di un momento storico in cui il risveglio culturale diventa più che mai prioritario. I loro brani odorano di lotta, passato, di valori che prescindono dall’inesorabile incedere del tempo. Un manifesto da conservare a futura memoria di una lotta che può e deve essere affrontata.

 

1) Recondita Stirpe, realtà culturale ancor prima che musicale. Come nasce l’idea e perchè la scelta di questo nome?

Diego: Dopo gli anni di militanza in progetti caratterizzati da sonorità decisamente elettriche (Il Segno del Comando, Malombra, Zess, ecc), ho sentito la necessità di dar vita a qualcosa di completamente acustico ed essendo il neo folk uno dei movimenti artistici di avanguardia che maggiormente mi hanno interessato in questi ultimi anni (anche a causa del mio interesse per buona parte delle tematiche che vi si affrontano), ho deciso che avrei impiegato i miei sforzi in quella direzione.
In realtà, già ai tempi di Malombra, si era prevista una svolta in tal senso che a causa dello scioglimento del gruppo non si fece in tempo ad attuare. Proprio in quel periodo iniziai infatti a scrivere alcuni dei brani che fanno parte del repertorio di Recondita Stirpe.
Inizialmente ho lavorato all’arrangiamento dei cinque brani che sono stati inseriti nel CDR di esordio, coinvolgendo subito dopo Carolina, Mirko e Christoff al quale ho affidato le liriche.
Proprio quest’ultimo, dopo un periodo durato alcuni mesi in cui abbiamo lungamente ragionato su tutti gli aspetti culturali relativi al progetto, ha coniato il nome. Lascio quindi a lui la parola.

Christoff: Recondita Stirpe è innanzitutto un’entità, un insieme di persone, ed è sorretta da un’idea profonda dell’Arte quale luogo primigenio di lotta per la propria evoluzione e per il raggiungimento ed il superamento di Sé . Recondita Stirpe non è una band in senso stretto, ma piuttosto un clan, un insieme di persone che parla in quanto insieme. La nostra coralità musicale ben sintetizza questo ‘Dire’: senza colori, senza distinzioni. Recondita Stirpe è l’ombra che si cela dietro ogni cosa, che ci sia o non ci sia luce, lei sarà sempre presente.

2) I suoni che vi caratterizzano sembrano appartenere sia alla nostra tradizione più colta, come la scuola genovese, che a quella più popolare, ad esempio i ritornelli che si lasciano immediatamente canticchiare e che ci riportano ai vecchi canti del popolo. Sono melodie orchestrate dove gli strumenti “parlano” a più voci, in cui però esiste anche il filo invisibile ma resistente dell’Essenza. Come viene concepita la parte musicale dei brani?

Diego: Penso che nella tua domanda sia già descritto in modo preciso l’approccio che sta alla base della composizione delle nostre musiche.
La ricerca dell’essenza è proprio una delle mie maggiori preoccupazioni di questi ultimi anni. Essa mi ha portato nel tempo a privilegiare un approccio compositivo in cui il tema melodico potesse liberarsi dal vincolo di arrangiamenti troppo articolati e dall’ossessione per la scelta dei suoni che da troppo tempo ormai è diventata (assieme con il tecnicismo strumentale) uno dei pochi aspetti a cui la maggior parte delle persone prestano attenzione (magari non prestandone affatto alla qualità della melodia che di per sé è indipendente dall’approccio si è utilizzato nel realizzare il brano).
Penso che la più grande lezione che possiamo trarre dalla musica popolare sia il fatto che se una melodia funziona, funziona sia se suonata da una sola persona che da un’orchestra. Questa lezione è stata sempre molto chiara ai maestri del cantautorato colto di scuola genovese e a tutti coloro che nella storia sono riusciti a scrivere melodie aventi la capacità di “catturare” fin dai primi ascolti e che hanno saputo resistere al logorio dei tempi.
La musica di Recondita Stirpe (come del resto quella di Egida Aurea) è per buona parte composta da canzoni che, chiunque sia in grado di strimpellare una chitarra, potrebbe benissimo eseguire allo stesso modo dei successi di Lucio Battisti e Fabrizio De Andrè.
Il fatto poi che abbiamo scelto di dar vita ad una formazione di nove elementi, è dovuto al desiderio di poter disporre di una vasta gamma di soluzioni contrappuntistiche (di cui mai cerchiamo di abusare) e di trame ritmiche ed armoniche incisive.
Precisato ciò, rispondo alla tua domanda dicendo che normalmente i brani vengono scritti partendo dalle musiche, che compongo impostando già un primo arrangiamento strumentale con supporto ritmico ed armonico alle melodie della voce e degli strumenti che eseguono i temi principali (solitamente tromba e fisarmonica). Poi Christoff scrive il testo ed ognuno dei ragazzi lavora personalizzando la propria parte e talvolta proponendo soluzioni strumentali ulteriori da aggiungere al brano.
Sulla parte corale (che per noi è fondamentale essendo forse l’aspetto che maggiormente ci contraddistingue da tutti gli altri progetti neo folk usciti fino ad oggi), lavoriamo invece tutti assieme direttamente al momento di registrare le voci.

3) La Parola nei Recondita Stirpe è valore imprescindibile. E’ forza, richiamo, monito, bellezza, cura, dettaglio. Io credo fortemente nel suo potere evocativo e catartico e credo anche che sia una delle armi più grandi che l’uomo possa avere a disposizione. Come si lega alla musica nel vostro lavoro compositivo e come si fondono le due parti?

Christoff: La Parola è ciò che siamo. Tutto in noi avviene per mezzo della Parola, anche le cose più banali e semplici. Di per sé essa non ha un vero contatto con ciò di cui parla, ma è proprio qui che sta l’essenza del suo mistero. Essa è un Varco, una Porta che ci lega indissolubilmente all’Essere, quindi, in definitiva, a ciò che noi siamo. Ma la sua Verità non si rivela, piuttosto si disvela. Non è mai intera, noi ne vediamo solo una porzione, ma se ci sforziamo possiamo scrutare attraverso le maglie e gli interstizi del significante, per vedere quale significato ineluttabile può affiorare.
Scrivere è il tentativo che ci viene offerto per cercare di scardinare la porta che ci separa da ciò che non ci è dato sapere, ma che vogliamo e dobbiamo sapere. La lotta tra noi e il nostro mistero. La musica rafforza il potere evocativo della parola, sostenendola nel suo viaggiare.

4) “Nessuna Letargia”, titolo pregno di forza che assurge a ruolo di sprone in una società dormiente, in un momento in cui ridestare le coscienze assume valore d’urgenza. Esiste secondo voi una strada da seguire?

Christoff: In questo periodo storico l’umanità sta lentamente e inesorabilmente sotterrando se stessa. Siamo anestetizzati da tutto ciò che ci circonda. Il letargo che ci affligge non ci permette di prendere alcun tipo di decisione sulle nostre vite, esse sono in mano al mercato globale. Chi è stanco di tutto ciò, chi è riuscito a domare il sopore deve, inevitabilmente, farlo presente, perché il bivio epocale è alle porte e non dobbiamo permettere a nessuno di mettere le mani sul nostro futuro.

Diego: Noi ci schieriamo tra coloro che non credono alla favola di un occidente ormai al riparo da mutazioni metafisiche radicali e cerchiamo di tenere alto il nostro livello di vigilanza ed il legame con una tradizione (legame che, chi ha a cuore un mondo creato ad hoc per favorire il libero mercato, fa il possibile per disarticolare definitivamente).

 

 

 

 

5) La coralità sia strumentale che vocale che contraddistingue la vostra formazione mi riporta al concetto di Comunità. Quanto conta nel vostro progetto?

Christoff: Come ho detto prima, parlando del nostro progetto, la coralità è il simbolo di Recondita Stirpe. La comunità vive grazie all’instaurarsi di relazioni che ne permettono non solo la sopravvivenza, ma anche la crescita e l’evoluzione. Purtroppo la Finanza mondiale (l’Economia in senso puro ormai non esiste più) detta le sue leggi favorendo solamente chi possiede capitali, per cui va da sé che il resto, se è d’intralcio, deve essere eliminato. Il concetto di comunità va perciò ricostruito su basi diverse. La reciprocità e il rispetto dell’altro devono prevalere sugli interessi dettati dal mercato.

6) Parlando di Recondita Stirpe viene da se il riferimento ad un altro progetto: Egida Aurea. Il primo mi sembra più incentrato sull’Uomo e sul suo essere. Il secondo forse si avvicina più ad una certa storicità degli eventi. raccontateci qualcosa in merito…

 

Diego: La prima differenza è sicuramente quella già da te evidenziata nella domanda.
Mentre Recondita Stirpe spinge la sua ricerca sull’uomo in senso metafisico, Egida Aurea analizza, nell’uomo stesso, il cambiamento delle capacità di percezione del mondo attraverso le differenti epoche storiche ed osserva il suo agire in conseguenza agli input esterni che subisce costantemente nel contesto sociale di cui fa parte.
Si esamina inoltre il modificarsi del suo rapporto con i valori della tradizione e con la spiritualità.
Il secondo aspetto che differenzia i due gruppi è quello della diversa “veste” musicale.
Recondita Stirpe è maggiormente legato a sonorità orchestrali, mentre Egida Aurea è caratterizzato da una trama sonora più vicina al cantautorato.
La coesistenza dei due progetti è per noi necessaria anche perchè permette di soddisfare esigenze espressive differenti in quanto differenti sono le personalità che scrivono i testi.

7) A quali gruppi o musicisti vi sentite attualmente maggiormente affini e con quali vi piacerebbe collaborare?

Christoff: Ci sono moltissimi progetti che apprezzo e con cui vorrei collaborare. Miro Sassolini è sicuramente uno degli artisti che più amo e rispetto. Mi piacerebbe molto fare anche qualcosa con i Roma Amor (Poesia, Musica e Teatro sono da sempre il centro dei miei interessi ) e con i Blooding Mask: Maethelyiah ha una voce splendida!

Diego: Per quanto mi riguarda, è in atto una collaborazione aperta con gli Hidden Place di Matera, con cui sono molto legato a causa della forte amicizia esistente tra me e Giampiero Di Barbaro.
Ho recentemente partecipato con un piccolo contributo alla realizzazione del nuovo disco di Janvs e suonerò nel prossimo LP di Runes Order.
Ci sono poi altri due artisti a cui mi sento particolarmente legato e ai quali non faccio mai mancare il mio supporto.
Sono Maethelyiah di Blooding Mask e The Big White Rabbit.
8- Dopo “Nessuna Letargia” che tipo di lavoro vi vedrà impegnati?Christoff: Stiamo preparando un nuovo lavoro e stiamo cercando di organizzare alcuni live. Ci piacerebbe molto far ‘sorseggiare’ l’atmosfera popolare di “Nessuna Letargia”.
Diego: Il prossimo lavoro in studio di Recondita Stirpe sarà probabilmente un mini CD. Abbiamo praticamente terminato di comporre le musiche.

9) Ringraziandovi per aver voluto condividere i vostri pensieri con noi vi lascio queste righe…
Christoff: Volevo ringraziare tutti i musicisti del nostro ensemble per il loro mirabile lavoro e per la dedizione che profondono alla Stirpe. Grazie soprattutto a te Anna e ad ICE AGE Zine per averci ospitato.

Camerata Mediolanense live, Roma 30 Aprile 2008

Postati in Immagini e Video su ottobre 18, 2008 da iceagezine

Montaggio a cura di Anna Le Rose. Musiche: “Il trionfo di Bacco e Arianna”-Campo di Marte

ALTER—AZIONE: sCAVALCANDO alterAzioni sensoriali

Postati in Immagini e Video su ottobre 18, 2008 da iceagezine

Montaggio a cura di Anna Le Rose su musiche della Camerata Mediolanense (“Madchenlied”-Madrigali)

Su massamurreddu e le tradizioni sadalesi.

Postati in misteri, miti e leggende su ottobre 6, 2008 da iceagezine

Di Anna Le Rose

La nostra Italia è terra ricca di storie, leggende e tradizioni e, per chi come me ama questa “materia”, è una sorpresa continua scoprire i mille volti delle nostre regioni. Questa volta andremo alla scoperta di un luogo magico, che vive nel verde della Barbagia, dove il tempo sembra essersi fermato. Dove cascate scorrono tra le vie del paese e dove le fate abitano le grotte.

Ringrazio Daniela Vargiu che ci ha messo a disposizione i suoi racconti e che ci ha permesso di conoscere le meravigliose tradizioni di Sadali.

Questa è la storia del folletto (su massamurreddu), troverete gli altri racconti cliccando qui: Storie, riti e credenze

LA CASA

 

Gli uomini portarono dentro la piccola stanza il corpo ormai spento del giovane e lo adagiarono sulla “stoa”. Fu quello il suo ultimo giaciglio terreno.

 Intorno al “fochile” le donne di casa si riunirono a cerchio e iniziò  quell’antico rituale che le riportava alla lontana notte dei tempi. Riunite, e come la tradizione imponeva loro, si abbandonarono, d’improvviso, alla più grande disperazione, dando inizio ad un pianto a dirotto, gridando, strepitando con quanta voce avevano in gola, percuotendosi il petto, strappandosi i capelli e, come se tutto ciò non bastasse, graffiandosi il viso senza pietà. Le urla di dolore, le voci e i pianti per ricordare il loro cugino, marito, figlio e fratello che una mano sconosciuta aveva portato via. L’uomo  fu lavato col vino e rivestito con l’abito nuziale, poggiato su un tavolino ricoperto da un lenzuolo venne adagiato con i piedi rivolti verso la porta.

 Salvatore vedendo il fratello senza vita, rimase senza parole. Era una scena che ormai si ripeteva da tempo. Prima suo padre, poi il cugino seguito dal fratello maggiore, e ora a chi sarebbe toccato? La morte, avrebbe preso anche lui? La sua vita era stata segnata anche dalla scomparsa prematura della sua giovane moglie, morta dando alla luce l’unica figlia, Orsola. Era ormai stanco di vedere solo morti in famiglia, da quando ad Oliena era iniziata quella faida tra famiglie, i morti non si contavano più. Aveva senso uccidersi per un pascolo o per un torto subito? Ormai non ci credeva. Fu in quel preciso momento che l’idea di andare via prese forma nella sua mente, sarebbe stato interpretato come una fuga, come una mancanza di coraggio nel non vendicare la morte di suo fratello. Ma ormai niente aveva importanza.

 Il giorno seguente consumato senza voglia il pranzo di cordoglio, Salvatore non poté sottrarsi a”is attitos”: Le prefiche arrivarono numerose, e alzati gli occhi e visto il defunto giacere, con un acutissimo grido, battendo palmo a palmo, gettando i mantelli dietro le loro spalle, compiangendo il defunto si strapparono i capelli, si squarciarono con i denti le bianche pezzuole che ciascuna portava in mano, e si abbandonarono con urli e singhiozzi ad un grandissimo pianto. Essendo il giovane morto violentemente, ”l’attitu” conteneva parole di fuoco contro l’omicida. La prefica più vecchia accesa in viso, con i capelli scarmigliati, in preda alla massima eccitazione, gareggiava per coprire di disprezzo l’uccisore e chiedeva la vendetta. In passato Salvatore spinto dalle parole infuocate delle “attitadoras”, avrebbe  preso  le armi, e con i suoi parenti, avrebbe lasciato la casa in cerca dell’omicida, senza rientrarvi prima di aver fatto giustizia. Ora qualcosa era cambiato, i suoi parenti erano stati quasi tutti uccisi. Il giorno seguente, dopo una lunga notte di veglia, il morto fu accompagnato in cimitero, previo pagamento delle fermate e una volta sepolto, tornati a casa, offerto da bere a tutti, Salvatore perfezionò l’idea che in lui stava nascendo.

Decise di vendere tutti i terreni, pecore, cavalli, giochi di buoi e altro. In poco tempo racimolò parecchi soldi, portò con se la vecchia madre che non voleva saperne di lasciare Oliena, ma nonostante tutto non poteva opporsi all’unico figlio rimasto e preparata la piccola Orsola, insieme partì verso un  villaggio, lontano dal loro, da lui conosciuto in occasione di una festa del patrono. Il viaggio fu lungo e faticoso, oltrepassarono le montagne e anche se ancora loro non lo sapevano, non vi avrebbero più fatto ritorno. Verso tarda sera arrivarono al  villaggio di Sadali. Un amico avvertito del loro arrivo li accolse e gli mise a  disposizione la casa per la notte e per i giorni successivi. Iniziò così una nuova vita per tutti. Sadali era un piccolo villaggio costruito in prossimità di una verde valle, percorso da corsi d’acqua e dal clima certamente mite per quella stagione. Numerosi i mulini ad acqua, se ne contavano circa sette, le sorgenti fuoriuscivano da ogni roccia e la vegetazione era lussureggiante.

Il torrente più grande che attraversava il villaggio era il rio Carradori, nel quale confluivano le acque delle numerose sorgenti comprese quelle montane. Per passare da una sponda all’altra bisognava salire in un piccolo ponte costruito in legno e pietre, in tutto ce n’erano tre. I carri trainati dai buoi non avevano difficoltà a guadarlo. Salvatore cercò subito una casa per la sua famiglia. In prossimità del rio ce ne era una disabitata , il vecchio proprietario un sacerdote era morto da poco tempo, e i parenti furono felici di vendergliela. Nessuno  aveva voluto acquistarla perché si diceva che fosse abitata dagli spiriti, ma Salvatore era abituato ad aver paura dei  vivi e non dei morti. Per la piccola Orsola iniziò una nuova vita, i vicini erano numerosi e simpatici, sempre pronti ad aiutarla. Il padre riacquistò il bestiame, terreni e riprese il lavoro che aveva lasciato. Il tempo passava senza molte preoccupazioni, tranne che per la vecchia madre. La nostalgia per aver lasciato i ricordi, gli affetti e i parenti morti la fece ammalare. Raccontava a suo figlio e alla nipote di sentire molto spesso delle voci,  dei rumori di passi in casa, ma nessuno le credeva. Una mattina d’estate Orsola uscì  e si diresse dietro la casa ad innaffiare il piccolo orticello. Era una bambina di circa dieci anni e nonostante la giovane età era indaffarata a svolgere i lavori di casa, sempre più pesanti perché la nonna ormai ammalata non poteva più fare. Prese la zappa e mentre cercava di far scorrere l’acqua nel solco tracciato, si accorse che qualcosa ne ostacolava il transito. C’era sempre una grande pietra che lei non era riuscita a togliere nemmeno quando aveva piantato l’orto; quel giorno era nervosa, era stanca. La notte precedente non era riuscita a dormire, sua nonna si lamentava e urlava e lei non era riuscita a calmarla. Vedendo la pietra che ostacolava l’acqua, decise che quel giorno l’avrebbe tolta. Ci lavorò per circa un’ora, ma alla fine riuscì a spostarla. La soddisfazione per l’impresa fu grande ma la sorpresa per quello che trovò fu senz’altro maggiore. Ad una profondità di circa  quaranta centimetri c’era una sacca di tela con all’interno parecchie monete d’oro. Stupita per la sorpresa quasi non riusciva a parlare, velocemente prese il sacchetto e corse dentro casa. Cercò di raccontare il fatto alla nonna, ma ella ormai non parlava più e  forse  non capiva più. Aspettò il rientro del padre al quale raccontò l’accaduto. Egli cercò di darne una spiegazione logica ma attribuì il fatto alla mano benevola di Dio. Non ne parlò con nessuno ma cercava  di ottenere indirettamente delle informazioni dalle chiacchiere paesane. Si diceva che qualche mese prima dei carabinieri a cavallo provenienti da Seui cercassero un ladro che aveva rubato in casa di un ricco signore, del quale però la giustizia perse ogni traccia. Orsola  intanto, preso il tesoro, lo nascose in casa al riparo dalla curiosità dei vicini. Ogni tanto ci dava uno sguardo, ma soprattutto non resisteva alla tentazione di lucidare tutte quelle belle monete. Quando pensava di non essere vista, nelle giornate calde e luminose, portava fuori di casa le monete, le lavava con l’acqua del torrente e con pazienza le lucidava una per una con l’aiuto di una pezzuola di stoffa, lasciandole al sole ad asciugare. Ma come capita da tutte le parti, i vicini erano sempre più attenti alle faccende degli altri che alle proprie. In breve tempo si sparse la voce che la piccola Orsola nascondesse un tesoro. Le finte visite di cortesia aumentarono, le comari facevano domande alle quali Orsola rispondeva sempre vagamente. Intanto il tempo scorreva velocemente, gli anni passarono Orsola divenne una bellissima ragazza, mentre la nonna si ammalò ancora più gravemente. Urlava giorno e notte, soffriva le pene dell’inferno e ormai non c’era più niente da fare. Implorava il figlio e la nipote affinché chiamassero “s’accabadora”, perché la liberasse da quel tormento. Allora andarono a chiamare una vecchietta povera che abitava nel paese vicino e lei eseguì il suo compito. Salvatore la ricompensò con del pane, grano, zucchero, caffè e un bel pezzo di lardo. Era una vecchietta che ogni tanto si faceva vedere in paese, ma nessuno l’amava e i bambini avevano paura ad entrare  in casa sua o ad incontrarla per strada. Nonostante tutto, la gente si ricordava di lei quando uccideva il maiale o il giorno dei morti quando si cuoceva il pane per i poveri, o il giorno in cui rientravano i pastori dalle pianure e regalavano il primo giorno di latte a poveri e amici.

Rimasta ancora una volta orfana, col padre sempre in campagna a badare alle greggi, Orsola iniziò a dedicarsi alla preparazione del suo corredo, forse un giorno si sarebbe sposata.

Passava molto tempo da sola in casa, e non si sa se per suggestione al ricordo dei racconti della vecchia nonna o perché vi fosse davvero, anche lei sentiva nella notte un brusio di voci. Una notte si fece coraggio, accesa la candela a carburo, andò verso la direzione di quel mormorio. Quello che vide la lasciò senza parole. A prima vista le parve un bambino, piuttosto piccolo, ma poi guardandolo attentamente si accorse che si trattava di un folletto, vestito in modo bizzarro. Portava un capellino rosso, ugualmente rossi erano la giachetta e i pantaloncini, ai piedi aveva degli strani zoccoli. Saltava come una ranocchia, cantava o forse parlava in una lingua a lei sconosciuta, ripetendo continuamente il solito titirititi. Appena vide Orsola si fermò, la guardò con quei piccoli occhi e fatto un salto nella sua direzione, allargò la bocca in un sorriso emettendo il suo titirititi. Sin dalla sua infanzia aveva sentito parlare di quelli chiamati i “massamurreddus”, ma pensava che vivessero in grotte o anfratti, in mezzo ai boschi lontano dagli uomini. Si diceva che avessero il gravoso compito di custodire gli “iscusorzos”, i tesori, ma non sempre ci riuscivano. La sua amica Maria diceva di averne visto in prossimità del Nuraghe Istria, dove in seguito si troveranno monete, bronzetti e vasellame pregiato. Mentre pensava al motivo della presenza del nanetto in casa sua, si ricordò che anche lei custodiva un tesoro. Lo aveva seppellito dietro una pietra, sul fondo del pavimento interrato e vi aveva poggiato la macina del grano. Fu proprio da quella direzione che uscì il piccoletto. Nonostante l’apparizione del folletto, Orsola non ne fu impressionata, ma accolse la sua presenza positivamente, l’aiutava a superare i lunghi momenti di solitudine. Tra i due nacque subito una simpatia e nonostante non si capissero, perché lui non diceva nient’altro che titirititi, il linguaggio dei gesti superava ogni difficoltà. Il folletto non si presentava a scadenze fisse, ma solo quando lo desiderava, e dopo aver giocato un poco con Orsola, improvvisamente si nascondeva dietro la macina di pietra per poi scomparire. Lei frugava in cerca del nascondiglio, ma naturalmente non lo trovava. L’amicizia durò per moltissimi anni, anche dopo il matrimonio di Orsola con Francesco Pilia, al quale non raccontò mai niente per paura di essere presa per matta. Intanto Salvatore Serra morì, cadendo da  cavallo in una notte d’inverno mentre tornava dall’ovile distante dal paese parecchi chilometri. Lo trovarono la mattina seguente, con la caduta si  ruppe una gamba e con grande difficoltà riuscì a trovare riparo in una roccia. Ma la pioggia incessante della notte aggiunta al freddo del mese di gennaio diedero al povero Salvatore il colpo di grazia. Per Orsola, la scomparsa del padre, a cui era molto affezionata, fu un dolore tremendo che straziò il suo giovane cuore. Anche la nascita dei suoi due figli Lucia e Giuseppe non riuscì a lenire il suo dolore. Arrivata alla fine dei suoi giorni, appena spirata, Lucia andò subito in camera da letto a cercare l’abito buono per vestire la mamma, dentro la cassa assieme all’abito trovò un recipiente di sughero con dentro parecchie monete d’oro che Orsola previdente non aveva mai speso. Ma Lucia non seppe mai che quella era solo una parte del tesoro che sua madre trovò da bambina, mentre l’altra parte stava ancora nascosta tra le fondamenta della casa. Divisero i soldi, ma per uno strano destino, nessuno dei due riuscì a beneficiarne. Giuseppe per paura che qualcuno glielo rubasse, lo nascose in una grotta in campagna vicino al fiume Flumendosa, la volta della grotta cedette e migliaia di massi ne impedirono il suo recupero. Per Lucia la sorte non fu meno grata, spese poche monete per riparare il tetto della casa che stava crollando, nascose le restanti in una vecchia pentola di coccio sapientemente seppellita nel cortile di casa. Un venerdì mattina mentre controllava la pentola, al posto delle monete d’oro trovò solo una manciata di pietre bianche di quarzo. A niente valsero “i berbos po sa cosa perdia”. La casa venne temporaneamente abbandonata e solo a distanza di qualche decennio venne nuovamente abitata. Lorenzo figlio di Lucia ereditò la casa e con essa tutto ciò che era e che avrebbe  rappresentato di li a poco tempo. I particolari curiosi che avvolsero per anni la vita degli occupanti della casa si trasferirono ai diretti discendenti.

 La casa venne ampliata e venne costruito un piano superiore, la prima guerra mondiale  portò Lorenzo lontano dal suo paese e successivamente al suo ritorno si sposò con Laura e dal loro matrimonio  nacquero quattro figli. Ancora è vivo nei ricordi di una figlia l’incontro che ebbe con un piccolino vestito di rosso. Avvenne una mattina, mentre correva al piano superiore, sbadatamente perse l’equilibrio e cadde giù per le scale di legno battendo violentemente la testa. Non si sa se fu a causa della botta o perché sul serio ci fosse qualcuno , ripresasi dallo spavento vide un piccolo bambino vestito di rosso. Salterellava e anche lui ripeteva delle parole incomprensibili, la bambina presa dalla paura raccontò l’accaduto. Un’analoga esperienza ebbe suo fratello che venne mandato giù in cantina a prendere delle patate, si trattenne più del solito e quando tornò al piano superiore anche lui raccontò di essersi messo a chiacchierare con un piccolo gnomo. Questi strani incontri si susseguirono e non furono tutti senza esiti. Un giorno la bambina vide il piccolo folletto che attraversato il cortile andava verso un muro di cinta del vicino e prendeva un pezzo di vetro, lo portò nella stalla. Non ne parlò con nessuno, ma dopo qualche giorno la madre andando nella stalla a badare agli animali si tagliò un piede in modo piuttosto serio. Intanto la madre si ammalò e venne portata lontano per essere curata. Morì poco tempo dopo sotto i bombardamenti durante la seconda guerra mondiale. I bambini rimasti orfani passavano molto tempo da soli in casa. Non mancarono gli spaventi. Molto spesso durante la notte si udivano sul tavolato di legno passi di persone che, dato il rumore, sembravano che indossassero scarpe chiodate.  Un frenetico scalpiccio di passi seguito da porte che si aprivano, da cassetti aperti con violenza e dal rumore di mani che frugavano velocemente in cerca di qualcosa. Il padre non sapeva farsene una ragione, dopo attenti controlli, le porte risultavano sempre chiuse, ma i cassetti sottosopra e i bambini terrorizzati. Essendo quella una casa in precedenza abitata da un prete, come tradizione era destinata anche alla sepoltura. Infatti  nel suo cortile , vennero trovate alcune tombe sulla nuda terra. Tombe delimitate da pietre e scheletri perfettamente conservati. Lorenzo scoperchiò le tombe, caricò le ossa su una carriola e rovesciò gli ultimi resti umani giù in “Sa Ucca Manna”. Questa fu la soluzione che sembrò più logica e forse l’unica.  Fece ordinare una messa dal sacerdote per le povere anime in pena che si aggiravano in casa sua e dopo questo rito, non vi furono più rumori di nessun genere. I decenni passarono, ognuno dei figli prese la sua strada, Lorenzo morì di vecchiaia , ma ancora oggi mentre vi racconto questa storia, qualcosa di strano accade nella casa. Un nipote, spinto da un amore verso la sua terra, il suo paese e la casa dei nonni, il giorno della domenica delle Palme del 2005, mentre scavava nella stalla cercando di liberare la stanza dal terriccio vecchio di quasi cinquant’anni, si trovò protagonista inconsapevole di qualcosa a cui non era preparato. Era solo, con la carriola, il piccone e la pala, intento a caricare la terra, un lavoro ripetitivo, aveva già liberato le altre stanze dai detriti e gli rimaneva solamente la vecchia stalla. Dopo aver caricato la carriola di terra, lascia il piccone e la pala nella stanza e va fuori a scaricare la terra. Mentre esegue questo lavoro sente le voci del Sacerdote che intento nella processione ripete le preghiere a voce alta. Torna dentro e automaticamente allunga la mano in cerca del piccone che non trova. Cerca ripetutamente nella stanza, in quella attigua, ma non lo trova, torna fuori e cerca nel cumulo di terra ma non lo trova. Rientra in casa e dopo   una attenta ricerca di accorge che il piccone si trova nella terza stanza, poggiato al muro opposto vicino ad una porta, al buio e lontano da dove lo aveva lasciato. Non avrebbe mai potuto poggiare il piccone li in quel punto, prima perché non avrebbe avuto nessun senso dato che era una stanza buia, già scavata e poi perché per raggiungerla avrebbe dovuto scavalcare un alto cumulo di pietre e lui certamente se ne sarebbe accorto. La spiegazione? Nessuna, forse solamente un dispetto di un piccolo folletto rosso.

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