Archivio per Aprile, 2008

Tra passato e futuro… Hiroshima Mon Amour.

Posted in musica on Aprile 29, 2008 by iceagezine

Di Anna Le Rose

E’ bello sapere che da qualche parte esiste ancora a distanza di tanti anni qualcuno che ama l’italica new-wave fatta di essenzialità e buon gusto. No, non esagero se parlando degli Hiroshima Mon Amour rimando i miei pensieri alle note di gruppi storici come Diaframma e Litfiba! Ma ciò che davvero rende questa formazione diversa dalle altre è la capacità di aver saputo creare un marchio di fabbrica tutto originale nonostante le pedisseque imitazioni che da anni pullulano la scena musicale di riferimento. Ed è così che i nostri ragazzi di Teramo, nonostante le pause con cui si sono dovuti confrontare, sono riusciti a conquistare pubblico e critica. Coinvolgono con le loro melodie “siberiane”, scandiscono il ritmo di cuori e pensieri, rincorrono e scorrono atmosfere plumbee. Questo, ma anche molto di più, rappresenta gli HMA, che attraverso le parole di Carlo Furii hanno raccontato ad Ice Age la loro storia…

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1- Carlo percorriamo in questa chiacchierata la vostra storia… Hiroshima Mon Amour, nome importante, film vessillo della Nouvelle Vague, brano storico degli Ultravox. Come mai proprio questa scelta?

Quando stavamo cercando un nome per il gruppo, ci guardavamo attorno per carpire dalle situazioni che ci circondavano qualcosa di adatto alla musica che colevamo suonare. “Hiroshima Mon Amour” mi sembrava molto adatto perchè “Hiroshima” mi faceva pensare a qualcosa di duro e drammatico, dal tragico episodio della Seconda Guerra Mondiale, mentre “Mon Amour” m’ispirava qualcosa di più dolce e romantico… Ed erano esattamente le due facce del nostro modo di far musica! Un nome che ci ha fatto discutere più di una volta: non piaceva ai miei compagni che lo ritenevano troppo lungo e complicato.

2- La band nasce a fine 1994, due demo-tapes, la fanzine “Petali Viola” distribuisce il vostro primo mini-cd autoprodotto. Come ricordi quegli anni? Stati d’animo? Progetti? Sogni?

Si, avevamo molti sogni allora e si respirava un’aria moto positiva. I demo-tapes erano andati bene ed eravamo riusciti a far parlare di noi in modo importante. Il mini-cd pubblicato in allegato a “Petali Viola” veniva a sancire il passaggio dal demo-tape al prodotto ufficiale confezionato. Avemmo un’esplosione di popolarità nell’ambiente new-wave/gotico italiano! Pochi mesi prima avevamo anche ricevuto una proposta discografica. Il nostro periodo più felice, forse…

3- Dopo due mesi dal mini-cd esce “Anno Zero”, il primo vero album. Dopo poco più di due anni arriva “Dedicata”. Impossibile non notare le diverse sonorità. da una new-wave venata di rock vi accostate a suoni molto più elettronici. Cosa ha scaturito il cambiamento? fattori esterni, esperienze nuove, gusti personali?

Vorrei chiarire una cosa importante: la nostra storia “compositiva” va letta al contrario, cioè “Dedicata” è il primo vero album degli HMA, ideato assieme al tastierista e membro fondatore Vincenzo Marchetti. Erano le nostre prime composizioni, usavamo la batteria elettronica e Vincenzo aveva una personalità prorompente, le due cose spiegano le forti tinte elettroniche dei pezzi ed anche alcune ingenuità nella loro stesura. La sua malattia e l’abbandono ci sconvolsero, pensavamo di non essere in grado di andare avanti senza di lui. Poi abbiamo deciso di continuare, ma anche di non suonare più quel repertorio, ripartire da zero. Abbiamo preso un batterista ed un niovo tastierista, il sound è cambiato, si è fatto più elettrico ed è nato “Anno Zero”. Successiavamente ci siamo accorti di essere ancora emotivamente legati alle canzoni del primo periodo, quelle che avevamo abbandonato, così le abbiamo recuperato ed incise. in “Dedicata” abbiamo usato i suoni e le tracce MIDI originali per ottenere un risultato più aderente possibile a quello che facevamo agli inizi, ingenuità comprese.

4- Arriviamo ora al primo, forse, vero momento difficile per la band, lo scioglimento. Come ci si sente in quei momenti? Personalmente mi sentirei spogliata di una parte importante di quel sogno…

Non è che gli HMA si siano mai realmente sciolti, parlerei piuttosto di cambi di formazione e di prolungati periodi di stop. Quello del 2001 è stato uno dei momenti più difficili da affrontare, sono stato più provato di quello che ho realmente mostrato, soprattutto per la frattura con Antonio Campanella, bassista e fondatore, nonchè mio alter ego all’interno del gruppo. Fino a quel momento i pezzi erano nati da un duro confronto tra noi due, lui era molto critico verso le mie proposte, però oggi penso che quello sia stato un processo costruttivo importante, che ha contribuito alla maturazione del nostro sound. E’ stato sicuramente un brutto colpo, ma adesso ho capito che la storia di un gruppo musicale è, in piccolo, la storia della vita stessa: è fatta di continui mutamenti, se riesci ad adattarti sopravvivi, altrimenti soccombi. Adesso io e Antonio siamo perfettamente riconciliati, anche se non suoniamo più insieme.

5- la storia continua e gli HMA si rialzano con una nuova formazione che ti vede come unico superstite. Arriva nel 2004 un nuovo mini-cd autoprodotto, £Hiroshima Mon Amour:4″. In quell’anno ricorreva anche il vostro decimo compleanno, festeggiato con una raccolta intitolata “Cambio 1995/2001″. Critiche ottime, come sempre del resto, sanciscono quel momento. Come ci si sente ad essere una delle formazioni più stimate nell’ambito, non solo della new-wave, ma di tutto il panorama rock alternativo made in Italy? Tra l’altro nel 2006 alcune vostre canzoni sono state inserite ne “Il Grande Dizionario della Canzone Italiana” curato da Dario Salvatori…

E’ stato molto duro rimettersi in gioco per una seconda volta, anche qui ho pensato che non ce l’avrei fatta, poi alcuni fortunati incontri mi hanno permesso di rimettere in piedi il progetto. “Luna”, brano inciso sul finire del 2001, è un po’ il simbolo di questa rinascita, che stavolta è maturata più sul palco che in studio di registrazione. Non pensavo che un album come “Cambio 1995/200″ potesse riscuotere così tanto successo di critica. Evidentemente la passione che abbiamo messo nel nostro lavoro si avverte. Come mi sento? Ma… Mai arrivato ad alcun traguardo, nella mia mente il miglior disco e la jmigliore canzone degli HMA devono ancora venire. Sento di avere ancora molte cose da dire e molte idee da sfruttare. Per quanto riguarda il libro di Salvatori, noi eravamo comletamente all’oscuro di essere stati citati come band dai testi meritevoli di essere ricordati nella storia della musica italiana. Lo abbiamo saputo casualmente quasi un anno dopo la sua pubblicazione, con nostro sommo stupore…

6- Il 2007 vede l’arrivo di “ES”, il lavoro a mio parere più oscuro che abbiate fatto. Cosa vi ha portato a questo concepimento?

Ho scritto “ES” nel 2005, un periodo in cui ero molto stressato, così come lo erano tutti i membri degli HMA a causa dell’Embryo Tour. Facevamo degli ottimi concerti, ma non era sufficiente per trovare buoni ingaggi come in passato, ero arrabbiato e non sapevo con chi prendermela. “ES” è molto simile ad un incubo, ho messo dentro questo lavoro il mio lato più oscuro e pessimista. Possiamo definirlo come la materializzazione delle mie paure più inconsce…

7- Ed eccoci ai giorni nostri… “Embryo Tour 2005″, un disco registrato dal vivo che inevitabilmente permette la prorompente fuoriuscita del vostro suono tipicamente dark/new-wave. Come nasce e come si evolve la composizione dei brani?

Gli HMA hanno avuto una storia molto frammentata, abbiamo attraversato varie fasi, quella più rock, quella più elettronica, quella più gotica. L’album “Embryo Tour 2005″ ha il merito di aver uniformato, grazie alla dimensione live, dieci anni di storia musicale in un suono unico e compatto. E’ difficile descrivere la nascita e l’evoluzione di un pezzo degli HMA. All’inizio nasceva tutto in cantina suonando insieme, poi si è iniziato a lavorare con più metodo partendo da una bozza fatta da me con chitarra acustica e voce. Oggi si lavora prevalentemente col computer, si prepara una base MIDI e ci si suona sopra. Quello che non è cambiato è il mio modo di scrivere i testi, su pezzi di carta volanti e con penna Bic nera, rigorosamente a notte fonda.

8- Dopo aver cambiato tante etichette siete approdati alla “Danze Moderne”, etichetta discografica indipendente che ti vede attivo in prima linea. Come vedi l’attuale panorama italiano?

Guarda, già mi hanno fatto questa domanda in un’altra intervista, ho risposto sinceramente e qualcuno si è offeso…  Ribadisco anche  ate che non vedo una scena italiana in buona salute. Evito di fare nomi, ma se il meglio è quello che ci stanno proponendo oggi i gruppi indie più in voga, la vedo messa male. Quando alcuni amicie  colleghi musicisti mi hanno chiesto di entrare nel progetto “Danze Moderne” sono stato titubante, ma poi mi sono detto che potevo fare il mio tentativo da dare un contributo al rock italiano. In Italia ci lamentiamo sempre, poi, quando si presenta l’occasione per darsi da fare, ci si tira indietro. Io non ho voluto tirarmi indietro.

9- L’ultima parola agli HMA…

Primo: ti ringrazio per l’intervista e per l’interesse che hai riservato al mio gruppo. Secondo: comprate “Embryo Tour 2005″, è un bel disco e merita l’ascolto. Terzo: se non conoscete ancora gli HMA visitate il nostro sito internet www.hma.it e la nostra pagina MySpace www.myspace.com/hiroshimamonamourband dove potrete ascoltare gratuitamente alcuni nostri brani.

CINEMA E PSICHE. La Surrealtà: una profonda idea di realtà.

Posted in cinema e teatro on Aprile 20, 2008 by iceagezine

Il poeta surrealista Desnos scriveva nel 1927: «Ciò che noi chiediamo al cinema è l’impossibile, l’inatteso, il sogno, la sorpresa, il lirismo che cancellano la viltà degli animi e li precipitano entusiasti sulle barricate e nelle avventure; ciò che noi chiediamo al cinema è ciò che l’amore e la vita ci rifiutano: è il mistero, è il miracolo».

 

L’esperienza dadaista anticipa nei tempi quella surrealista e ne fertilizza il terreno per la successiva nascita, preparandone così le esigenze, i motivi, i comportamenti. Le due avanguardie son strettamente legate, come da un grado di forte parentela ed è difficile trovare una linea di demarcazione tra esse, molti infatti, sono i punti in comune. Entrambe rifuggono da qualsivoglia schema programmatico, ed è dunque fine a se stesso il fatto di porli antiteticamente affiancati.

 

Prima della nascita del Surrealismo, i dada eran già attratti dalla possibilità d’espressione cinematografica, Picabia, Ray e Duchamp, ne sono il lampante esempio. E’ però da sottolineare come il surrealismo virò dall’esperienza dadaista. Il cinema dada dissacrava, distruggeva, sconvolgeva il senso, tagliava i conti con la visione filmica Tradizionale. Creava un Cinema derivato dall’automatismo psichico basato sull’estetica delle forme astratte pittorico-fotografiche. Fatto che portò la spaccatura tra i due movimenti. Il surrealismo puntava, nutrendosi del sovversivo spirito dada, ad un automatismo psichico che spalancasse le porte all’inconscio.

 

Nel surrealismo, fin dagli albori, v’è sempre stato l’estremo interesse per il cinema, ma non per quel che riguarda la produzione. Il punto di vista era quello del fruitore, una pozza nella quale attingere e successivamente nuotarvici, un tramite per giungere alla surrealtà. Le concezioni surrealiste vertono sull’idea di ricreare una dimensione onirica densa di “passione”, capace di smuovere mentalmente e fisicamente le stantie folle. Il sogno è elemento basico. Secondo Freud esso conduceva alla scoperta dell’inconscio. In esso, le immagini, le emozioni, le percezioni, avvengono e si succedono in maniera libera, illogica, fuori da ogni schema. Nel sogno infatti, la coscienza sui pensieri s’annulla, e può quindi aver libero sfogo l’inconscio, con le sue immagini simboliche, pregne di significato, che meritano un’attenta analisi. Nella illogica logica surrealista “Il sogno non fa fuggire dalla realtà, ma la elabora”.

 

I surrealisti si servivano del cinema per edificare il loro onirismo, erano soliti  frequentare le sale cinematografiche dei rioni popolari con un concetto di “toccata e fuga”, in poche parole, passavano da una sala all’altra, entravano e uscivano assemblando una sorta di collage astratto e irrazionale mentale dell’immagine. Volti, ambientazioni, oggetti, scritte erano fulcri per la personalissima creazione romanzesca. Questa tecnica, non era nient’altro che l’applicazione della “scrittura automatica” trasposta in versione “filmica”. Si può affermare quindi che il surrealismo accostato al cinema, è un metodo d’acquisizioine e uso delle immagini, che vengono intrecciate e spinte sino “al ciglio d’un burrone”. Il simbolismo dell’immagine richiama l’incoscio, che emerge portandosi appresso una “profonda“ idea di realtà, la surrealtà.

Questa fruizione del cinema, questa frequentazione del luogo atta a creare la “surrealtà”, rinnegava, se non nella facoltà surrealistica, l’interesse critico per il cinema , inquadrabile come arte indipendente. Secondo i surrealisti il cinema è una nuova forma di poesia, un’espressione di rivoluzione in grado di assaltare alla bajonetta , la borghesia e le arti che essa sviluppò.

 

Il messaggio del cinema surrealista si basava su una nozione chiara: il rifiuto per la tecnica per dar spazio all’importanza d’un contenuto. Essendo liberate dall’inconscio, le immagini, sfrontate, crude e immediate erano prive di filtri, pervenivano dirette senza formalismo alcuno e divenivano il grimaldello d’un sentimento rivoluzionario, antiborghese, anticlericale, anticulturale.

Un’immagine violenta avrebbe indotto l’occhio ad una diversa visione, un’immagine non formale, avrebbe indotto l’occhio a sviluppare una sorta di vista soprasensibile, più fine e acuta, la “vista” surreale.

Ma ecco la domanda che torna a gravitare in noi e a cui non è facile dare una risposta.

La Coquille et le Clergyman (1927) di Germaine Dulac, Un chien Andalou (1928), L’Age D’or (1930) di Luis Bunuel.

Perché la filmografia surrealista è così esigua?

 

Per la difficile trasposizione dell’automatismo psichico? Per l’esaurimento dell’innovazione avanguardistica? Per il progresso cinematografico?

Molti storici hanno perfino messo in discussione l’unione tra Surrealismo e Cinema, definendola come l’”Occasione mancata”,  persino Robert Breton nei suoi scritti venne a dire che il potenziale era notevole, ma non è stato assolutamente sfruttato, è come se tra Surrealismo e Cinema si fosse consumato un continuo ammiccarsi e rincorrersi, come tra Sole e Luna senza mai sfiorarsi, se non nel caso di un’eclissi.

THURSDAY ON AIR 10-04-2008

Posted in THURSDAY ON AIR - Le playlist del giovedì di Ice Age on Aprile 10, 2008 by iceagezine

Runes and men” – Death in June
“Verzweiflung” – Forseti
“Frozen light” – Harvest Rain
“Der knaben im moor” – Sturmpercht
“Ob Auch Mein Herz So Funkel” – Allerseelen
“Söhne Des Ares” – Orplid
“Seppelliscimi In Piedi” – Foresta di ferro
“Gloomy White Sunday” – Von Thronstahl
“Ichnusa” – Varunna
“Angel Always Stands For Us’” – Rose Rovine e Amanti
“Tod Ist Die Liebe” – Belborn
“Eismahd” – Sonne Hagal
“Song of Proserpine” – Romowe Rikoito