Su massamurreddu e le tradizioni sadalesi.
Di Anna Le Rose
La nostra Italia è terra ricca di storie, leggende e tradizioni e, per chi come me ama questa “materia”, è una sorpresa continua scoprire i mille volti delle nostre regioni. Questa volta andremo alla scoperta di un luogo magico, che vive nel verde della Barbagia, dove il tempo sembra essersi fermato. Dove cascate scorrono tra le vie del paese e dove le fate abitano le grotte.
Ringrazio Daniela Vargiu che ci ha messo a disposizione i suoi racconti e che ci ha permesso di conoscere le meravigliose tradizioni di Sadali.
Questa è la storia del folletto (su massamurreddu), troverete gli altri racconti cliccando qui: Storie, riti e credenze
LA CASA
Gli uomini portarono dentro la piccola stanza il corpo ormai spento del giovane e lo adagiarono sulla “stoa”. Fu quello il suo ultimo giaciglio terreno.
Intorno al “fochile” le donne di casa si riunirono a cerchio e iniziò quell’antico rituale che le riportava alla lontana notte dei tempi. Riunite, e come la tradizione imponeva loro, si abbandonarono, d’improvviso, alla più grande disperazione, dando inizio ad un pianto a dirotto, gridando, strepitando con quanta voce avevano in gola, percuotendosi il petto, strappandosi i capelli e, come se tutto ciò non bastasse, graffiandosi il viso senza pietà. Le urla di dolore, le voci e i pianti per ricordare il loro cugino, marito, figlio e fratello che una mano sconosciuta aveva portato via. L’uomo fu lavato col vino e rivestito con l’abito nuziale, poggiato su un tavolino ricoperto da un lenzuolo venne adagiato con i piedi rivolti verso la porta.
Salvatore vedendo il fratello senza vita, rimase senza parole. Era una scena che ormai si ripeteva da tempo. Prima suo padre, poi il cugino seguito dal fratello maggiore, e ora a chi sarebbe toccato? La morte, avrebbe preso anche lui? La sua vita era stata segnata anche dalla scomparsa prematura della sua giovane moglie, morta dando alla luce l’unica figlia, Orsola. Era ormai stanco di vedere solo morti in famiglia, da quando ad Oliena era iniziata quella faida tra famiglie, i morti non si contavano più. Aveva senso uccidersi per un pascolo o per un torto subito? Ormai non ci credeva. Fu in quel preciso momento che l’idea di andare via prese forma nella sua mente, sarebbe stato interpretato come una fuga, come una mancanza di coraggio nel non vendicare la morte di suo fratello. Ma ormai niente aveva importanza.
Il giorno seguente consumato senza voglia il pranzo di cordoglio, Salvatore non poté sottrarsi a”is attitos”: Le prefiche arrivarono numerose, e alzati gli occhi e visto il defunto giacere, con un acutissimo grido, battendo palmo a palmo, gettando i mantelli dietro le loro spalle, compiangendo il defunto si strapparono i capelli, si squarciarono con i denti le bianche pezzuole che ciascuna portava in mano, e si abbandonarono con urli e singhiozzi ad un grandissimo pianto. Essendo il giovane morto violentemente, ”l’attitu” conteneva parole di fuoco contro l’omicida. La prefica più vecchia accesa in viso, con i capelli scarmigliati, in preda alla massima eccitazione, gareggiava per coprire di disprezzo l’uccisore e chiedeva la vendetta. In passato Salvatore spinto dalle parole infuocate delle “attitadoras”, avrebbe preso le armi, e con i suoi parenti, avrebbe lasciato la casa in cerca dell’omicida, senza rientrarvi prima di aver fatto giustizia. Ora qualcosa era cambiato, i suoi parenti erano stati quasi tutti uccisi. Il giorno seguente, dopo una lunga notte di veglia, il morto fu accompagnato in cimitero, previo pagamento delle fermate e una volta sepolto, tornati a casa, offerto da bere a tutti, Salvatore perfezionò l’idea che in lui stava nascendo.
Decise di vendere tutti i terreni, pecore, cavalli, giochi di buoi e altro. In poco tempo racimolò parecchi soldi, portò con se la vecchia madre che non voleva saperne di lasciare Oliena, ma nonostante tutto non poteva opporsi all’unico figlio rimasto e preparata la piccola Orsola, insieme partì verso un villaggio, lontano dal loro, da lui conosciuto in occasione di una festa del patrono. Il viaggio fu lungo e faticoso, oltrepassarono le montagne e anche se ancora loro non lo sapevano, non vi avrebbero più fatto ritorno. Verso tarda sera arrivarono al villaggio di Sadali. Un amico avvertito del loro arrivo li accolse e gli mise a disposizione la casa per la notte e per i giorni successivi. Iniziò così una nuova vita per tutti. Sadali era un piccolo villaggio costruito in prossimità di una verde valle, percorso da corsi d’acqua e dal clima certamente mite per quella stagione. Numerosi i mulini ad acqua, se ne contavano circa sette, le sorgenti fuoriuscivano da ogni roccia e la vegetazione era lussureggiante.
Il torrente più grande che attraversava il villaggio era il rio Carradori, nel quale confluivano le acque delle numerose sorgenti comprese quelle montane. Per passare da una sponda all’altra bisognava salire in un piccolo ponte costruito in legno e pietre, in tutto ce n’erano tre. I carri trainati dai buoi non avevano difficoltà a guadarlo. Salvatore cercò subito una casa per la sua famiglia. In prossimità del rio ce ne era una disabitata , il vecchio proprietario un sacerdote era morto da poco tempo, e i parenti furono felici di vendergliela. Nessuno aveva voluto acquistarla perché si diceva che fosse abitata dagli spiriti, ma Salvatore era abituato ad aver paura dei vivi e non dei morti. Per la piccola Orsola iniziò una nuova vita, i vicini erano numerosi e simpatici, sempre pronti ad aiutarla. Il padre riacquistò il bestiame, terreni e riprese il lavoro che aveva lasciato. Il tempo passava senza molte preoccupazioni, tranne che per la vecchia madre. La nostalgia per aver lasciato i ricordi, gli affetti e i parenti morti la fece ammalare. Raccontava a suo figlio e alla nipote di sentire molto spesso delle voci, dei rumori di passi in casa, ma nessuno le credeva. Una mattina d’estate Orsola uscì e si diresse dietro la casa ad innaffiare il piccolo orticello. Era una bambina di circa dieci anni e nonostante la giovane età era indaffarata a svolgere i lavori di casa, sempre più pesanti perché la nonna ormai ammalata non poteva più fare. Prese la zappa e mentre cercava di far scorrere l’acqua nel solco tracciato, si accorse che qualcosa ne ostacolava il transito. C’era sempre una grande pietra che lei non era riuscita a togliere nemmeno quando aveva piantato l’orto; quel giorno era nervosa, era stanca. La notte precedente non era riuscita a dormire, sua nonna si lamentava e urlava e lei non era riuscita a calmarla. Vedendo la pietra che ostacolava l’acqua, decise che quel giorno l’avrebbe tolta. Ci lavorò per circa un’ora, ma alla fine riuscì a spostarla. La soddisfazione per l’impresa fu grande ma la sorpresa per quello che trovò fu senz’altro maggiore. Ad una profondità di circa quaranta centimetri c’era una sacca di tela con all’interno parecchie monete d’oro. Stupita per la sorpresa quasi non riusciva a parlare, velocemente prese il sacchetto e corse dentro casa. Cercò di raccontare il fatto alla nonna, ma ella ormai non parlava più e forse non capiva più. Aspettò il rientro del padre al quale raccontò l’accaduto. Egli cercò di darne una spiegazione logica ma attribuì il fatto alla mano benevola di Dio. Non ne parlò con nessuno ma cercava di ottenere indirettamente delle informazioni dalle chiacchiere paesane. Si diceva che qualche mese prima dei carabinieri a cavallo provenienti da Seui cercassero un ladro che aveva rubato in casa di un ricco signore, del quale però la giustizia perse ogni traccia. Orsola intanto, preso il tesoro, lo nascose in casa al riparo dalla curiosità dei vicini. Ogni tanto ci dava uno sguardo, ma soprattutto non resisteva alla tentazione di lucidare tutte quelle belle monete. Quando pensava di non essere vista, nelle giornate calde e luminose, portava fuori di casa le monete, le lavava con l’acqua del torrente e con pazienza le lucidava una per una con l’aiuto di una pezzuola di stoffa, lasciandole al sole ad asciugare. Ma come capita da tutte le parti, i vicini erano sempre più attenti alle faccende degli altri che alle proprie. In breve tempo si sparse la voce che la piccola Orsola nascondesse un tesoro. Le finte visite di cortesia aumentarono, le comari facevano domande alle quali Orsola rispondeva sempre vagamente. Intanto il tempo scorreva velocemente, gli anni passarono Orsola divenne una bellissima ragazza, mentre la nonna si ammalò ancora più gravemente. Urlava giorno e notte, soffriva le pene dell’inferno e ormai non c’era più niente da fare. Implorava il figlio e la nipote affinché chiamassero “s’accabadora”, perché la liberasse da quel tormento. Allora andarono a chiamare una vecchietta povera che abitava nel paese vicino e lei eseguì il suo compito. Salvatore la ricompensò con del pane, grano, zucchero, caffè e un bel pezzo di lardo. Era una vecchietta che ogni tanto si faceva vedere in paese, ma nessuno l’amava e i bambini avevano paura ad entrare in casa sua o ad incontrarla per strada. Nonostante tutto, la gente si ricordava di lei quando uccideva il maiale o il giorno dei morti quando si cuoceva il pane per i poveri, o il giorno in cui rientravano i pastori dalle pianure e regalavano il primo giorno di latte a poveri e amici.
Rimasta ancora una volta orfana, col padre sempre in campagna a badare alle greggi, Orsola iniziò a dedicarsi alla preparazione del suo corredo, forse un giorno si sarebbe sposata.
Passava molto tempo da sola in casa, e non si sa se per suggestione al ricordo dei racconti della vecchia nonna o perché vi fosse davvero, anche lei sentiva nella notte un brusio di voci. Una notte si fece coraggio, accesa la candela a carburo, andò verso la direzione di quel mormorio. Quello che vide la lasciò senza parole. A prima vista le parve un bambino, piuttosto piccolo, ma poi guardandolo attentamente si accorse che si trattava di un folletto, vestito in modo bizzarro. Portava un capellino rosso, ugualmente rossi erano la giachetta e i pantaloncini, ai piedi aveva degli strani zoccoli. Saltava come una ranocchia, cantava o forse parlava in una lingua a lei sconosciuta, ripetendo continuamente il solito titirititi. Appena vide Orsola si fermò, la guardò con quei piccoli occhi e fatto un salto nella sua direzione, allargò la bocca in un sorriso emettendo il suo titirititi. Sin dalla sua infanzia aveva sentito parlare di quelli chiamati i “massamurreddus”, ma pensava che vivessero in grotte o anfratti, in mezzo ai boschi lontano dagli uomini. Si diceva che avessero il gravoso compito di custodire gli “iscusorzos”, i tesori, ma non sempre ci riuscivano. La sua amica Maria diceva di averne visto in prossimità del Nuraghe Istria, dove in seguito si troveranno monete, bronzetti e vasellame pregiato. Mentre pensava al motivo della presenza del nanetto in casa sua, si ricordò che anche lei custodiva un tesoro. Lo aveva seppellito dietro una pietra, sul fondo del pavimento interrato e vi aveva poggiato la macina del grano. Fu proprio da quella direzione che uscì il piccoletto. Nonostante l’apparizione del folletto, Orsola non ne fu impressionata, ma accolse la sua presenza positivamente, l’aiutava a superare i lunghi momenti di solitudine. Tra i due nacque subito una simpatia e nonostante non si capissero, perché lui non diceva nient’altro che titirititi, il linguaggio dei gesti superava ogni difficoltà. Il folletto non si presentava a scadenze fisse, ma solo quando lo desiderava, e dopo aver giocato un poco con Orsola, improvvisamente si nascondeva dietro la macina di pietra per poi scomparire. Lei frugava in cerca del nascondiglio, ma naturalmente non lo trovava. L’amicizia durò per moltissimi anni, anche dopo il matrimonio di Orsola con Francesco Pilia, al quale non raccontò mai niente per paura di essere presa per matta. Intanto Salvatore Serra morì, cadendo da cavallo in una notte d’inverno mentre tornava dall’ovile distante dal paese parecchi chilometri. Lo trovarono la mattina seguente, con la caduta si ruppe una gamba e con grande difficoltà riuscì a trovare riparo in una roccia. Ma la pioggia incessante della notte aggiunta al freddo del mese di gennaio diedero al povero Salvatore il colpo di grazia. Per Orsola, la scomparsa del padre, a cui era molto affezionata, fu un dolore tremendo che straziò il suo giovane cuore. Anche la nascita dei suoi due figli Lucia e Giuseppe non riuscì a lenire il suo dolore. Arrivata alla fine dei suoi giorni, appena spirata, Lucia andò subito in camera da letto a cercare l’abito buono per vestire la mamma, dentro la cassa assieme all’abito trovò un recipiente di sughero con dentro parecchie monete d’oro che Orsola previdente non aveva mai speso. Ma Lucia non seppe mai che quella era solo una parte del tesoro che sua madre trovò da bambina, mentre l’altra parte stava ancora nascosta tra le fondamenta della casa. Divisero i soldi, ma per uno strano destino, nessuno dei due riuscì a beneficiarne. Giuseppe per paura che qualcuno glielo rubasse, lo nascose in una grotta in campagna vicino al fiume Flumendosa, la volta della grotta cedette e migliaia di massi ne impedirono il suo recupero. Per Lucia la sorte non fu meno grata, spese poche monete per riparare il tetto della casa che stava crollando, nascose le restanti in una vecchia pentola di coccio sapientemente seppellita nel cortile di casa. Un venerdì mattina mentre controllava la pentola, al posto delle monete d’oro trovò solo una manciata di pietre bianche di quarzo. A niente valsero “i berbos po sa cosa perdia”. La casa venne temporaneamente abbandonata e solo a distanza di qualche decennio venne nuovamente abitata. Lorenzo figlio di Lucia ereditò la casa e con essa tutto ciò che era e che avrebbe rappresentato di li a poco tempo. I particolari curiosi che avvolsero per anni la vita degli occupanti della casa si trasferirono ai diretti discendenti.
La casa venne ampliata e venne costruito un piano superiore, la prima guerra mondiale portò Lorenzo lontano dal suo paese e successivamente al suo ritorno si sposò con Laura e dal loro matrimonio nacquero quattro figli. Ancora è vivo nei ricordi di una figlia l’incontro che ebbe con un piccolino vestito di rosso. Avvenne una mattina, mentre correva al piano superiore, sbadatamente perse l’equilibrio e cadde giù per le scale di legno battendo violentemente la testa. Non si sa se fu a causa della botta o perché sul serio ci fosse qualcuno , ripresasi dallo spavento vide un piccolo bambino vestito di rosso. Salterellava e anche lui ripeteva delle parole incomprensibili, la bambina presa dalla paura raccontò l’accaduto. Un’analoga esperienza ebbe suo fratello che venne mandato giù in cantina a prendere delle patate, si trattenne più del solito e quando tornò al piano superiore anche lui raccontò di essersi messo a chiacchierare con un piccolo gnomo. Questi strani incontri si susseguirono e non furono tutti senza esiti. Un giorno la bambina vide il piccolo folletto che attraversato il cortile andava verso un muro di cinta del vicino e prendeva un pezzo di vetro, lo portò nella stalla. Non ne parlò con nessuno, ma dopo qualche giorno la madre andando nella stalla a badare agli animali si tagliò un piede in modo piuttosto serio. Intanto la madre si ammalò e venne portata lontano per essere curata. Morì poco tempo dopo sotto i bombardamenti durante la seconda guerra mondiale. I bambini rimasti orfani passavano molto tempo da soli in casa. Non mancarono gli spaventi. Molto spesso durante la notte si udivano sul tavolato di legno passi di persone che, dato il rumore, sembravano che indossassero scarpe chiodate. Un frenetico scalpiccio di passi seguito da porte che si aprivano, da cassetti aperti con violenza e dal rumore di mani che frugavano velocemente in cerca di qualcosa. Il padre non sapeva farsene una ragione, dopo attenti controlli, le porte risultavano sempre chiuse, ma i cassetti sottosopra e i bambini terrorizzati. Essendo quella una casa in precedenza abitata da un prete, come tradizione era destinata anche alla sepoltura. Infatti nel suo cortile , vennero trovate alcune tombe sulla nuda terra. Tombe delimitate da pietre e scheletri perfettamente conservati. Lorenzo scoperchiò le tombe, caricò le ossa su una carriola e rovesciò gli ultimi resti umani giù in “Sa Ucca Manna”. Questa fu la soluzione che sembrò più logica e forse l’unica. Fece ordinare una messa dal sacerdote per le povere anime in pena che si aggiravano in casa sua e dopo questo rito, non vi furono più rumori di nessun genere. I decenni passarono, ognuno dei figli prese la sua strada, Lorenzo morì di vecchiaia , ma ancora oggi mentre vi racconto questa storia, qualcosa di strano accade nella casa. Un nipote, spinto da un amore verso la sua terra, il suo paese e la casa dei nonni, il giorno della domenica delle Palme del 2005, mentre scavava nella stalla cercando di liberare la stanza dal terriccio vecchio di quasi cinquant’anni, si trovò protagonista inconsapevole di qualcosa a cui non era preparato. Era solo, con la carriola, il piccone e la pala, intento a caricare la terra, un lavoro ripetitivo, aveva già liberato le altre stanze dai detriti e gli rimaneva solamente la vecchia stalla. Dopo aver caricato la carriola di terra, lascia il piccone e la pala nella stanza e va fuori a scaricare la terra. Mentre esegue questo lavoro sente le voci del Sacerdote che intento nella processione ripete le preghiere a voce alta. Torna dentro e automaticamente allunga la mano in cerca del piccone che non trova. Cerca ripetutamente nella stanza, in quella attigua, ma non lo trova, torna fuori e cerca nel cumulo di terra ma non lo trova. Rientra in casa e dopo una attenta ricerca di accorge che il piccone si trova nella terza stanza, poggiato al muro opposto vicino ad una porta, al buio e lontano da dove lo aveva lasciato. Non avrebbe mai potuto poggiare il piccone li in quel punto, prima perché non avrebbe avuto nessun senso dato che era una stanza buia, già scavata e poi perché per raggiungerla avrebbe dovuto scavalcare un alto cumulo di pietre e lui certamente se ne sarebbe accorto. La spiegazione? Nessuna, forse solamente un dispetto di un piccolo folletto rosso.