Archivio per la Categoria misteri, miti e leggende

Il Lago di Carezza.

Posted in misteri, miti e leggende on Gennaio 9, 2009 by iceagezine

Di Anna Le Rose

Nelle escursioni in giro per la nostra stupenda Italia ho avuto la fortuna, e soprattutto il privilegio, di godere di uno spettacolo a dir poco estasiante. Un luogo che ancora sa di Magia e di Leggenda, dove l’arcobaleno sembra danzarci attorno stringendoci assieme ai fitti boschi che lo circondano. Questo, e molto di più (per l’occhio che sa sporgersi verso l’Infinito e l’orecchio che ode il Silenzio), è il Lago di Carezza, in tedesco Karersee e in lingua ladina “Lec de Ergobando” (o arcoboàn), ovvero Lago dell’Arcobaleno … smeraldo incastonato tra maestosi abeti alle pendici del Latemar.

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Una persona a me cara, abituè dell’Alto Adige, mi parlò di questo lago e della leggenda ad esso legata e subito in me nacque il desiderio di recarmi in quel luogo “magico”, alla ricerca di qualcosa, o forse di nulla, o solo per ritrovare i colori che avevo perso…

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C’era una volta un’Ondina, incantata creatura dei laghi. Era sua abitudine sedersi sulle sponde del lago e cantare, ma se sentiva giungere qualcuno immediatamente si tuffava nascondendosi i fondo al lago. Un dì’, uno stregone la vide e da quel momento decise di farla sua ad ogni costo… Provò e riprovò, cento, mille volte, ma gli animali che popolavano i boschi riuscivano sempre ad avvisare la bella Ondina prima che lui arrivasse. Fu così che, preso dallo sconforto e forse anche dalla rabbia, si recò dalla Jacuta, una vecchia strega di montagna, per ricevere consiglio. Lei gli consigliò di vestirsi da vecchio e creare un arcobaleno sul lago in modo da attirare l’Ondina, suscitando la sua curiosità. Gli disse anche di portare con se degli oggetti d’oro per far credere alla magica creatura che l’arcobaleno poteva essere creato solo grazie a questi, riuscendosi ad avvicinare così tanto da poterla prendere. Lo stregone diede vita ad un meraviglioso arcobaleno che finiva dritto nel lago…

L’Ondina, come previsto uscì dall’acqua, ma lo stregone, preso dalla situazione, dimenticò il travestimento così lei fuggì senza farsi più vedere! Ciò causò l’ira dello stregone che spezzò l’arcobaleno in mille pezzi e li gettò nel lago… Capite ora perchè il lago ha questi incredibili colori?

Su massamurreddu e le tradizioni sadalesi.

Posted in misteri, miti e leggende on Ottobre 6, 2008 by iceagezine

Di Anna Le Rose

La nostra Italia è terra ricca di storie, leggende e tradizioni e, per chi come me ama questa “materia”, è una sorpresa continua scoprire i mille volti delle nostre regioni. Questa volta andremo alla scoperta di un luogo magico, che vive nel verde della Barbagia, dove il tempo sembra essersi fermato. Dove cascate scorrono tra le vie del paese e dove le fate abitano le grotte.

Ringrazio Daniela Vargiu che ci ha messo a disposizione i suoi racconti e che ci ha permesso di conoscere le meravigliose tradizioni di Sadali.

Questa è la storia del folletto (su massamurreddu), troverete gli altri racconti cliccando qui: Storie, riti e credenze

LA CASA

 

Gli uomini portarono dentro la piccola stanza il corpo ormai spento del giovane e lo adagiarono sulla “stoa”. Fu quello il suo ultimo giaciglio terreno.

 Intorno al “fochile” le donne di casa si riunirono a cerchio e iniziò  quell’antico rituale che le riportava alla lontana notte dei tempi. Riunite, e come la tradizione imponeva loro, si abbandonarono, d’improvviso, alla più grande disperazione, dando inizio ad un pianto a dirotto, gridando, strepitando con quanta voce avevano in gola, percuotendosi il petto, strappandosi i capelli e, come se tutto ciò non bastasse, graffiandosi il viso senza pietà. Le urla di dolore, le voci e i pianti per ricordare il loro cugino, marito, figlio e fratello che una mano sconosciuta aveva portato via. L’uomo  fu lavato col vino e rivestito con l’abito nuziale, poggiato su un tavolino ricoperto da un lenzuolo venne adagiato con i piedi rivolti verso la porta.

 Salvatore vedendo il fratello senza vita, rimase senza parole. Era una scena che ormai si ripeteva da tempo. Prima suo padre, poi il cugino seguito dal fratello maggiore, e ora a chi sarebbe toccato? La morte, avrebbe preso anche lui? La sua vita era stata segnata anche dalla scomparsa prematura della sua giovane moglie, morta dando alla luce l’unica figlia, Orsola. Era ormai stanco di vedere solo morti in famiglia, da quando ad Oliena era iniziata quella faida tra famiglie, i morti non si contavano più. Aveva senso uccidersi per un pascolo o per un torto subito? Ormai non ci credeva. Fu in quel preciso momento che l’idea di andare via prese forma nella sua mente, sarebbe stato interpretato come una fuga, come una mancanza di coraggio nel non vendicare la morte di suo fratello. Ma ormai niente aveva importanza.

 Il giorno seguente consumato senza voglia il pranzo di cordoglio, Salvatore non poté sottrarsi a”is attitos”: Le prefiche arrivarono numerose, e alzati gli occhi e visto il defunto giacere, con un acutissimo grido, battendo palmo a palmo, gettando i mantelli dietro le loro spalle, compiangendo il defunto si strapparono i capelli, si squarciarono con i denti le bianche pezzuole che ciascuna portava in mano, e si abbandonarono con urli e singhiozzi ad un grandissimo pianto. Essendo il giovane morto violentemente, ”l’attitu” conteneva parole di fuoco contro l’omicida. La prefica più vecchia accesa in viso, con i capelli scarmigliati, in preda alla massima eccitazione, gareggiava per coprire di disprezzo l’uccisore e chiedeva la vendetta. In passato Salvatore spinto dalle parole infuocate delle “attitadoras”, avrebbe  preso  le armi, e con i suoi parenti, avrebbe lasciato la casa in cerca dell’omicida, senza rientrarvi prima di aver fatto giustizia. Ora qualcosa era cambiato, i suoi parenti erano stati quasi tutti uccisi. Il giorno seguente, dopo una lunga notte di veglia, il morto fu accompagnato in cimitero, previo pagamento delle fermate e una volta sepolto, tornati a casa, offerto da bere a tutti, Salvatore perfezionò l’idea che in lui stava nascendo.

Decise di vendere tutti i terreni, pecore, cavalli, giochi di buoi e altro. In poco tempo racimolò parecchi soldi, portò con se la vecchia madre che non voleva saperne di lasciare Oliena, ma nonostante tutto non poteva opporsi all’unico figlio rimasto e preparata la piccola Orsola, insieme partì verso un  villaggio, lontano dal loro, da lui conosciuto in occasione di una festa del patrono. Il viaggio fu lungo e faticoso, oltrepassarono le montagne e anche se ancora loro non lo sapevano, non vi avrebbero più fatto ritorno. Verso tarda sera arrivarono al  villaggio di Sadali. Un amico avvertito del loro arrivo li accolse e gli mise a  disposizione la casa per la notte e per i giorni successivi. Iniziò così una nuova vita per tutti. Sadali era un piccolo villaggio costruito in prossimità di una verde valle, percorso da corsi d’acqua e dal clima certamente mite per quella stagione. Numerosi i mulini ad acqua, se ne contavano circa sette, le sorgenti fuoriuscivano da ogni roccia e la vegetazione era lussureggiante.

Il torrente più grande che attraversava il villaggio era il rio Carradori, nel quale confluivano le acque delle numerose sorgenti comprese quelle montane. Per passare da una sponda all’altra bisognava salire in un piccolo ponte costruito in legno e pietre, in tutto ce n’erano tre. I carri trainati dai buoi non avevano difficoltà a guadarlo. Salvatore cercò subito una casa per la sua famiglia. In prossimità del rio ce ne era una disabitata , il vecchio proprietario un sacerdote era morto da poco tempo, e i parenti furono felici di vendergliela. Nessuno  aveva voluto acquistarla perché si diceva che fosse abitata dagli spiriti, ma Salvatore era abituato ad aver paura dei  vivi e non dei morti. Per la piccola Orsola iniziò una nuova vita, i vicini erano numerosi e simpatici, sempre pronti ad aiutarla. Il padre riacquistò il bestiame, terreni e riprese il lavoro che aveva lasciato. Il tempo passava senza molte preoccupazioni, tranne che per la vecchia madre. La nostalgia per aver lasciato i ricordi, gli affetti e i parenti morti la fece ammalare. Raccontava a suo figlio e alla nipote di sentire molto spesso delle voci,  dei rumori di passi in casa, ma nessuno le credeva. Una mattina d’estate Orsola uscì  e si diresse dietro la casa ad innaffiare il piccolo orticello. Era una bambina di circa dieci anni e nonostante la giovane età era indaffarata a svolgere i lavori di casa, sempre più pesanti perché la nonna ormai ammalata non poteva più fare. Prese la zappa e mentre cercava di far scorrere l’acqua nel solco tracciato, si accorse che qualcosa ne ostacolava il transito. C’era sempre una grande pietra che lei non era riuscita a togliere nemmeno quando aveva piantato l’orto; quel giorno era nervosa, era stanca. La notte precedente non era riuscita a dormire, sua nonna si lamentava e urlava e lei non era riuscita a calmarla. Vedendo la pietra che ostacolava l’acqua, decise che quel giorno l’avrebbe tolta. Ci lavorò per circa un’ora, ma alla fine riuscì a spostarla. La soddisfazione per l’impresa fu grande ma la sorpresa per quello che trovò fu senz’altro maggiore. Ad una profondità di circa  quaranta centimetri c’era una sacca di tela con all’interno parecchie monete d’oro. Stupita per la sorpresa quasi non riusciva a parlare, velocemente prese il sacchetto e corse dentro casa. Cercò di raccontare il fatto alla nonna, ma ella ormai non parlava più e  forse  non capiva più. Aspettò il rientro del padre al quale raccontò l’accaduto. Egli cercò di darne una spiegazione logica ma attribuì il fatto alla mano benevola di Dio. Non ne parlò con nessuno ma cercava  di ottenere indirettamente delle informazioni dalle chiacchiere paesane. Si diceva che qualche mese prima dei carabinieri a cavallo provenienti da Seui cercassero un ladro che aveva rubato in casa di un ricco signore, del quale però la giustizia perse ogni traccia. Orsola  intanto, preso il tesoro, lo nascose in casa al riparo dalla curiosità dei vicini. Ogni tanto ci dava uno sguardo, ma soprattutto non resisteva alla tentazione di lucidare tutte quelle belle monete. Quando pensava di non essere vista, nelle giornate calde e luminose, portava fuori di casa le monete, le lavava con l’acqua del torrente e con pazienza le lucidava una per una con l’aiuto di una pezzuola di stoffa, lasciandole al sole ad asciugare. Ma come capita da tutte le parti, i vicini erano sempre più attenti alle faccende degli altri che alle proprie. In breve tempo si sparse la voce che la piccola Orsola nascondesse un tesoro. Le finte visite di cortesia aumentarono, le comari facevano domande alle quali Orsola rispondeva sempre vagamente. Intanto il tempo scorreva velocemente, gli anni passarono Orsola divenne una bellissima ragazza, mentre la nonna si ammalò ancora più gravemente. Urlava giorno e notte, soffriva le pene dell’inferno e ormai non c’era più niente da fare. Implorava il figlio e la nipote affinché chiamassero “s’accabadora”, perché la liberasse da quel tormento. Allora andarono a chiamare una vecchietta povera che abitava nel paese vicino e lei eseguì il suo compito. Salvatore la ricompensò con del pane, grano, zucchero, caffè e un bel pezzo di lardo. Era una vecchietta che ogni tanto si faceva vedere in paese, ma nessuno l’amava e i bambini avevano paura ad entrare  in casa sua o ad incontrarla per strada. Nonostante tutto, la gente si ricordava di lei quando uccideva il maiale o il giorno dei morti quando si cuoceva il pane per i poveri, o il giorno in cui rientravano i pastori dalle pianure e regalavano il primo giorno di latte a poveri e amici.

Rimasta ancora una volta orfana, col padre sempre in campagna a badare alle greggi, Orsola iniziò a dedicarsi alla preparazione del suo corredo, forse un giorno si sarebbe sposata.

Passava molto tempo da sola in casa, e non si sa se per suggestione al ricordo dei racconti della vecchia nonna o perché vi fosse davvero, anche lei sentiva nella notte un brusio di voci. Una notte si fece coraggio, accesa la candela a carburo, andò verso la direzione di quel mormorio. Quello che vide la lasciò senza parole. A prima vista le parve un bambino, piuttosto piccolo, ma poi guardandolo attentamente si accorse che si trattava di un folletto, vestito in modo bizzarro. Portava un capellino rosso, ugualmente rossi erano la giachetta e i pantaloncini, ai piedi aveva degli strani zoccoli. Saltava come una ranocchia, cantava o forse parlava in una lingua a lei sconosciuta, ripetendo continuamente il solito titirititi. Appena vide Orsola si fermò, la guardò con quei piccoli occhi e fatto un salto nella sua direzione, allargò la bocca in un sorriso emettendo il suo titirititi. Sin dalla sua infanzia aveva sentito parlare di quelli chiamati i “massamurreddus”, ma pensava che vivessero in grotte o anfratti, in mezzo ai boschi lontano dagli uomini. Si diceva che avessero il gravoso compito di custodire gli “iscusorzos”, i tesori, ma non sempre ci riuscivano. La sua amica Maria diceva di averne visto in prossimità del Nuraghe Istria, dove in seguito si troveranno monete, bronzetti e vasellame pregiato. Mentre pensava al motivo della presenza del nanetto in casa sua, si ricordò che anche lei custodiva un tesoro. Lo aveva seppellito dietro una pietra, sul fondo del pavimento interrato e vi aveva poggiato la macina del grano. Fu proprio da quella direzione che uscì il piccoletto. Nonostante l’apparizione del folletto, Orsola non ne fu impressionata, ma accolse la sua presenza positivamente, l’aiutava a superare i lunghi momenti di solitudine. Tra i due nacque subito una simpatia e nonostante non si capissero, perché lui non diceva nient’altro che titirititi, il linguaggio dei gesti superava ogni difficoltà. Il folletto non si presentava a scadenze fisse, ma solo quando lo desiderava, e dopo aver giocato un poco con Orsola, improvvisamente si nascondeva dietro la macina di pietra per poi scomparire. Lei frugava in cerca del nascondiglio, ma naturalmente non lo trovava. L’amicizia durò per moltissimi anni, anche dopo il matrimonio di Orsola con Francesco Pilia, al quale non raccontò mai niente per paura di essere presa per matta. Intanto Salvatore Serra morì, cadendo da  cavallo in una notte d’inverno mentre tornava dall’ovile distante dal paese parecchi chilometri. Lo trovarono la mattina seguente, con la caduta si  ruppe una gamba e con grande difficoltà riuscì a trovare riparo in una roccia. Ma la pioggia incessante della notte aggiunta al freddo del mese di gennaio diedero al povero Salvatore il colpo di grazia. Per Orsola, la scomparsa del padre, a cui era molto affezionata, fu un dolore tremendo che straziò il suo giovane cuore. Anche la nascita dei suoi due figli Lucia e Giuseppe non riuscì a lenire il suo dolore. Arrivata alla fine dei suoi giorni, appena spirata, Lucia andò subito in camera da letto a cercare l’abito buono per vestire la mamma, dentro la cassa assieme all’abito trovò un recipiente di sughero con dentro parecchie monete d’oro che Orsola previdente non aveva mai speso. Ma Lucia non seppe mai che quella era solo una parte del tesoro che sua madre trovò da bambina, mentre l’altra parte stava ancora nascosta tra le fondamenta della casa. Divisero i soldi, ma per uno strano destino, nessuno dei due riuscì a beneficiarne. Giuseppe per paura che qualcuno glielo rubasse, lo nascose in una grotta in campagna vicino al fiume Flumendosa, la volta della grotta cedette e migliaia di massi ne impedirono il suo recupero. Per Lucia la sorte non fu meno grata, spese poche monete per riparare il tetto della casa che stava crollando, nascose le restanti in una vecchia pentola di coccio sapientemente seppellita nel cortile di casa. Un venerdì mattina mentre controllava la pentola, al posto delle monete d’oro trovò solo una manciata di pietre bianche di quarzo. A niente valsero “i berbos po sa cosa perdia”. La casa venne temporaneamente abbandonata e solo a distanza di qualche decennio venne nuovamente abitata. Lorenzo figlio di Lucia ereditò la casa e con essa tutto ciò che era e che avrebbe  rappresentato di li a poco tempo. I particolari curiosi che avvolsero per anni la vita degli occupanti della casa si trasferirono ai diretti discendenti.

 La casa venne ampliata e venne costruito un piano superiore, la prima guerra mondiale  portò Lorenzo lontano dal suo paese e successivamente al suo ritorno si sposò con Laura e dal loro matrimonio  nacquero quattro figli. Ancora è vivo nei ricordi di una figlia l’incontro che ebbe con un piccolino vestito di rosso. Avvenne una mattina, mentre correva al piano superiore, sbadatamente perse l’equilibrio e cadde giù per le scale di legno battendo violentemente la testa. Non si sa se fu a causa della botta o perché sul serio ci fosse qualcuno , ripresasi dallo spavento vide un piccolo bambino vestito di rosso. Salterellava e anche lui ripeteva delle parole incomprensibili, la bambina presa dalla paura raccontò l’accaduto. Un’analoga esperienza ebbe suo fratello che venne mandato giù in cantina a prendere delle patate, si trattenne più del solito e quando tornò al piano superiore anche lui raccontò di essersi messo a chiacchierare con un piccolo gnomo. Questi strani incontri si susseguirono e non furono tutti senza esiti. Un giorno la bambina vide il piccolo folletto che attraversato il cortile andava verso un muro di cinta del vicino e prendeva un pezzo di vetro, lo portò nella stalla. Non ne parlò con nessuno, ma dopo qualche giorno la madre andando nella stalla a badare agli animali si tagliò un piede in modo piuttosto serio. Intanto la madre si ammalò e venne portata lontano per essere curata. Morì poco tempo dopo sotto i bombardamenti durante la seconda guerra mondiale. I bambini rimasti orfani passavano molto tempo da soli in casa. Non mancarono gli spaventi. Molto spesso durante la notte si udivano sul tavolato di legno passi di persone che, dato il rumore, sembravano che indossassero scarpe chiodate.  Un frenetico scalpiccio di passi seguito da porte che si aprivano, da cassetti aperti con violenza e dal rumore di mani che frugavano velocemente in cerca di qualcosa. Il padre non sapeva farsene una ragione, dopo attenti controlli, le porte risultavano sempre chiuse, ma i cassetti sottosopra e i bambini terrorizzati. Essendo quella una casa in precedenza abitata da un prete, come tradizione era destinata anche alla sepoltura. Infatti  nel suo cortile , vennero trovate alcune tombe sulla nuda terra. Tombe delimitate da pietre e scheletri perfettamente conservati. Lorenzo scoperchiò le tombe, caricò le ossa su una carriola e rovesciò gli ultimi resti umani giù in “Sa Ucca Manna”. Questa fu la soluzione che sembrò più logica e forse l’unica.  Fece ordinare una messa dal sacerdote per le povere anime in pena che si aggiravano in casa sua e dopo questo rito, non vi furono più rumori di nessun genere. I decenni passarono, ognuno dei figli prese la sua strada, Lorenzo morì di vecchiaia , ma ancora oggi mentre vi racconto questa storia, qualcosa di strano accade nella casa. Un nipote, spinto da un amore verso la sua terra, il suo paese e la casa dei nonni, il giorno della domenica delle Palme del 2005, mentre scavava nella stalla cercando di liberare la stanza dal terriccio vecchio di quasi cinquant’anni, si trovò protagonista inconsapevole di qualcosa a cui non era preparato. Era solo, con la carriola, il piccone e la pala, intento a caricare la terra, un lavoro ripetitivo, aveva già liberato le altre stanze dai detriti e gli rimaneva solamente la vecchia stalla. Dopo aver caricato la carriola di terra, lascia il piccone e la pala nella stanza e va fuori a scaricare la terra. Mentre esegue questo lavoro sente le voci del Sacerdote che intento nella processione ripete le preghiere a voce alta. Torna dentro e automaticamente allunga la mano in cerca del piccone che non trova. Cerca ripetutamente nella stanza, in quella attigua, ma non lo trova, torna fuori e cerca nel cumulo di terra ma non lo trova. Rientra in casa e dopo   una attenta ricerca di accorge che il piccone si trova nella terza stanza, poggiato al muro opposto vicino ad una porta, al buio e lontano da dove lo aveva lasciato. Non avrebbe mai potuto poggiare il piccone li in quel punto, prima perché non avrebbe avuto nessun senso dato che era una stanza buia, già scavata e poi perché per raggiungerla avrebbe dovuto scavalcare un alto cumulo di pietre e lui certamente se ne sarebbe accorto. La spiegazione? Nessuna, forse solamente un dispetto di un piccolo folletto rosso.

Le luci di Hessdalen

Posted in misteri, miti e leggende on Giugno 28, 2008 by iceagezine

Il chiacchiericcio degli elfi…

Sono fenomeni di luce, apparentemente inspiegabili segnalati nella zona di Hessdalen, cittadina a sud di Trondheim, in Norvegia.
Le prime segnalazioni avvennero all’inizio degli anni Ottanta, queste innumerevoli osservazioni parevano associarsi agli Ufo. Nell’84 Erling Strand diede vita al Project Hessdalen, che iniziò, con gli strumenti appositi ad effettuare le prime rilevazioni. I risultati in proposito, suggerirono la presenza di strani fenomeni luminosi, tendenti a manifestarsi in concomitanza di perturbazioni magnetiche provocate da tempeste solari. (ipotesi smentita da recenti studi, in quanto l’innesco del fenomeno non sarebbe provocato dall’attività solare).
Il primo risultato fu la dimostrazione che il fenomeno era misurabile.
Queste luci hanno essenzialmente una forma sferica, e svariati colori: bianco, rosso , blu, pulsazioni intermittenti o luce fissa, possono apparire sia in cielo che in prossimità del suolo, muoversi irregolarmente, sia lentamente che in gran velocità, fermarsi, svanire e riapparire altrove.

Da trentanni ,sino a giungere ad oggi, queste Jldkule , così le chiamano i valligiani, continuano a illuminare i cieli della Zona di Hessdalen.
Vi sono altre zone nel mondo dove sono stati osservati gli stessi fenomeni, ma quello della cittadina scandinava rimane il più importante, non per tipo o frequenza del fenomeno, ma perché unica ad essere stata soggetta a spedizioni scientifiche atte all’investigazione del fenomeno.

Erling Strand e Bjorn Hauge, costituiscono nel 98’ un osservatorio operativo a Hessdalen in modo da monitorare i fenomeni in tempo reale, tracciando così una statistica temporale…le luci tendono ad apparire sovente nel periodo invernale, dalle 22 all’1.

Dal 2000 varie missioni italiane (Embla, cioè collaborazione tra il CNR e il CIPH) hanno tentato di raccogliere più dati possibili riguardo al fenomeno, venendo alle seguenti conclusioni:
la luminosità del fenomeno può superare di netto i 100 Kw,
le forme dei corpi luminosi tendono ad essere geometriche e simmetriche
corpi grandi espellono corpi più piccoli
nei casi in cui le luci sfiorano il terreno avviene un rilascio di particelle lievemente radioattive
la Valle di Hessdalen è totalmente elettrificata , flash luminosi d’una frazione di secondo appaiono in cielo e terra ,
i corpi variano in luminosità, fino a scomparire d’improvviso e riproponendosi in nuovi cicli in un breve lasso di tempo
i corpi sono di natura termica, la luminosità di essi è prodotta da una sostanza riscaldata
la luminosità è associata a segnali radio a bassa frequenza con caratteristiche Doppler (red e blue shift)
Con i nuovi dati in possesso è stato possibile scremare la vasta gamma d’ipotesi ancora aleggianti…la famosa tesi Abrahamson delle particelle riscaldate estratte dal terreno conseguentemente ad una forte scossa elettrica esterna, cioè una delle più accreditate è decaduta in quanto l’elettricità prodotta dalle flessioni tettoniche sarebbe flebilissima. Da escludere anche Il Vorton di Fryberger e la tesi dell’attività ionosferica, che non permetterebbe di spiegare la forma e soprattutto i lunghi tempi delle sfere ammirate.

E che spiegazione dare allora a tuttociò?

David Turner, afferma che lo scambio di energia termica, elettrica e chimica tra un plasma e un’atmosfera colma di vapore d’acqua e aerosol, è in grado di creare sfere di luce, come quelle di Hessdalen. Esse, costituite da un plasma all’interno e da uno strato esterno con funzione refrigerante, producono energia che permette l’esistenza di una “autoregolazione” .
Ma rimane pur sempre un’ipotesi , perché dissipare questo mistero rimarrà con molta probabilità una chimera.

VODNIK

Posted in misteri, miti e leggende on Marzo 6, 2008 by iceagezine

Di Kammerspiel

Nel folklore boemo, I Vodník sono creature acquatiche, una sorta di folletti dell’acqua, che popolano il fiume Moldava, tradizionalmente sono raffigurati con un cappello rosso, una marsina verde e la falda sinistra della loro coda di rondine è sempre gocciolante. La loro prerogativa è quella di custodire le anime annegate nel fiume, in vecchie pentole e tazzine depositate sull’alveo dello stesso. Ogni Vodnik ha un “territorio”, cioè un ponte,e in base alle varie leggende ad essi associate, possono essere d’indole bonaria (amano intrattenersi con la gente autoctona, e perché no, mangiare con essi uno dei piatti tipici praghesi e bersi una birra ) o malvagia ( si divertono a rovesciare le barche o arrecare dispetti, ma potrebbero addirittura arrivare . nei casi più eclatanti a trascinare in acqua giovani malcapitate fanciulle). Nella “Leggende praghesi” Frantisek Langer , asserisce che tre Vodnik abitavano la Moldava, uno a Kampa, l’ “isola” separata dalla terraferma dal Canale del Diavolo, scorcio suggestivo del quartiere Mala Strana, uno a Vyšehrad, la roccia sul fiume, misterioso luogo legato alla principessa Libuse, e l’ultimo a Na Frantisku.

IL GOLEM

Posted in misteri, miti e leggende on Marzo 6, 2008 by iceagezine

Di Kammerspiel

Il Golem e le leggende ad esso associate hanno origine antica. Il termine compare nell’Antico Testamento, precisamente nel Salmo 139.16, e sta ad indicare “una massa informe”. Appare in molti passi del Talmud, seppure in modo sfocato, nel senso che le sue funzioni non sono molto chiare. Il Golem è ben radicato nella Qabbalah. I due libri più importanti della mistica ebraica ,lo Zohar (il libro dello Splendore) e il Séfer yetziráh (il libro della Formazione) che la tradizione rabbinica attribuisce al primo dei patriarchi, Abramo, citano il “golem”.
Il Golem è un “essere” , o sarebbe meglio dire è una “massa informe” , che prende vita dall’argilla col potere della parola. La parola è quindi , principio creativo dell’universo. La tradizione “recitava” che il golem avesse scritto sulla fronte “la parola” DIO, il rabbino aggiungeva ad essa la parola emeth (che significa verità-percui veniva composta la frase: DIO è vERITà) e quella massa d’argilla prendeva vita, quando il rabbino, cancellava la lettera iniziale (Aleph), rimaneva la parola “meth” (morte) la frase mutava in “Dio è morto”, e il Golem ridiveniva argilla informe.
Si può asserire che il Golem è una sorta di schiavo assoggettato a colui che la vita gli dona (i maestri della parola), esegue alla lettera gli ordini impartiti, non ha emozioni, poiché privo d’anima e nessun rituale è in grado di donargliela. La figura del Golem ha cavalcato altre versioni: oltre quella di fedele servitore, quella di difensore degli ebrei dalle persecuzioni, fino a giungere a chiavi di lettura più moderne, quella più fantastica, che lo vede accostato ad un mostro, e quella più “industriale” che lo vede paragonato ad un robot.
Una leggenda polacca , narrava di un golem che crebbe progressivamente sino a divenire troppo mastodontico per essere governato dal suo padrone, il rabbi Elija Ba’al Schem di Chelm, dovette quindi escogitare un modo per avvicinarlo e sopprimerlo. Con un ingegnoso stratagemma gli ordinò di togliergli le scarpe, avendo così la sua fronte a portata di mano cancellò la “aleph”, e la creatura divenne inerte , tramutandosi in argilla sotterrando però mortalmente il rabbino.
La leggenda più nota è quella del XVI secolo, sita nel ghetto di Praga. La città asburgica ammantata d’un arcano fascino, nella quale il rabbino Judah Low Bezaleel, capo spirituale della comunità ebraica prese la definitiva decisione di ricorrere alla Qabbalah per “porre rimedio ” all’ostilità e alle intimidazioni cui la propria gente andata via via frequentemente subendo. Diede allora vita al Golem, trascrivendo uno dei misteriosi nomi di DIO su una pergamena da riporre sulla fronte del golem, era conscio che questa creatura plasmata dall’argilla , senz’anima , invulnerabile e terrificante, lo avrebbe servito e aiutato nella causa del popolo ebraico. Il rabbino , ottenuta udienza da Rodolfo d’Asburgo, si recò a palazzo accompagnato dal Golem, esponendo le sua richiesta di terminare la persecuzione alla sua comunità, qualora la sua richiesta non fosse stata presa in considerazione, esso , promise di far sfoggio del suo “sapere” cabalistico e quindi della sua creatura. Il fruttuoso potere oratorio del rabbino teneva in scacco l’attenzione dell’Imperatore e dei suoi servitori, ma il silenzio venne all’improvviso mandato in frantumi da una sguaiata risata, che divenne poi contagiosa e irrefrenabile in tutte le altre persone presenti nel castello. Erano chiaramente ghignate di scherno per il rabbino, per il suo paventato (almeno in parole) sapere, e per l’intero suo popolo. Qui, tutto il rancore covato negli anni da Low, e l’ultima umiliazione provata, esplose nella furia ceca (non è un’errore d’ortografia) del Golem , che inizio all’istante a distruggere tutto ciò che gli si parava innanzi. Rodolfo dinnanzi a una taLE dimostrazione di potere, acconsentì a soddisfare ogni richiesta del rabbino, che conseguentemente risparmiò la vita a tutta la corte richiamando a se il Golem. Ma dopo quest’episodio qualcosa mutò in quella creatura..come se in se stesso, pulsò un bagliore di coscienza , tale da rendergli conto d’essere un’essere vivente e non un’automa . Sfuggito al controllo del Rabbino, cominciò a vagare per le vie di Praga distruggendo tutto. Imbattutosi in un bimbo e dal candore che esso indossava, lo afferrò docilmente, stupito , e prese a mirarlo con intensità…fu ,inspiegabilmente, Talmente soggiogato da ciò che aveva tra le braccia… che permise al bimbo di sfilargli la pergamena dalla fronte… andando quasi volontariamente incontro alla sua morte.
Vi sono altre versioni della storia, un’altra ipotesi molto accreditata è che questa leggenda derivi da quella del rabbi Elija Ba’al Schem di Chelm, altre fonti invece dichiarano che la leggenda ha subito “adattamenti” nel corso del tempo. Ad esempio, nelle varie versioni notevoli sono le differenze: al posto dell’incisione sulla fronte può esserci una pergamena; l’incisione può essere sulla fronte, oppure sotto la lingua.