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John Foxx & Louis Gordon live report. Marghera, 18 ottobre 2008

Posted in musica on Ottobre 25, 2008 by iceagezine

Di Mac

Il 18 ottobre alla Fucina Controvento di Marghera, si è tenuto il concerto di John Foxx & Louis Gordon (unica data italiana).

Pubblico abbastanza eterogeneo, tra cui gente che si è fatta parecchi km per non perdersi il concerto (tra cui il sottoscritto).

L’inizio intorno a mezzanotte, quando i due artisti sono saliti sul palco.

Strumentazione elettronica, chiaramente, ma ristretta e funzionale (i tempi dei musicisti elettronici circondati da tastiere sembrano davvero lontani). Rispetto al concerto di Cento dello scorso anno, che era stato incentrato su Metamatic, i nostri si sono esibiti in un repertorio più vasto. Da pezzi più recenti, tra cui una A million cars particolarmente tirata, a quelli del periodo Ultravox! (l’immancabile My sex, per esempio, ma anche una sorprendente versione elettronica di Young Savage, che non ha certo perso la sua carica iconoclasta). Passando ovviamente per i pezzi dei primi dischi solisti, da Burning car (forse il pezzo più applaudito dal pubblico) all’eterea The garden (a mio avviso il momento top del concerto). John Foxx era, come di consueto, molto misurato (anche se ha mostrato di gradire l’affetto del pubblico), mentre Louis Gordon era trascinante nei modi in cui sembrava “aggredire” la tastiera. Decisamente lontano dall’immagine standard del musicista elettronico algido… Quando il concerto, con l’esecuzione di Endlessly, sembrava volgere al termine, ecco che il Nostro ha attaccato a sorpresa Shifting city, che è stato il pezzo di chiusura. Dopo un’ora e 40 minuti di magia (non riesco a definirli diversamente), John Foxx e Louis Gordon si sono congedati tra gli applausi. Il viaggio è stato duro ma, credetemi, ne è valsa la pena…

Vigilanza e Tradizione!

Posted in musica on Ottobre 20, 2008 by iceagezine

Di Anna Le Rose

“Ribelli contro l’attimo della precarietà…”

Al loro esordio su lunga durata I Recondita Stirpe non smentiscono le aspettative, anzi, con “Nessuna Letargia”, lavoro pregno di suggestioni e richiami, la formazione genovese ci fa dono di 12 tracce che ci investono con tutta la forza che può avere il manifesto di un momento storico in cui il risveglio culturale diventa più che mai prioritario. I loro brani odorano di lotta, passato, di valori che prescindono dall’inesorabile incedere del tempo. Un manifesto da conservare a futura memoria di una lotta che può e deve essere affrontata.

 

1) Recondita Stirpe, realtà culturale ancor prima che musicale. Come nasce l’idea e perchè la scelta di questo nome?

Diego: Dopo gli anni di militanza in progetti caratterizzati da sonorità decisamente elettriche (Il Segno del Comando, Malombra, Zess, ecc), ho sentito la necessità di dar vita a qualcosa di completamente acustico ed essendo il neo folk uno dei movimenti artistici di avanguardia che maggiormente mi hanno interessato in questi ultimi anni (anche a causa del mio interesse per buona parte delle tematiche che vi si affrontano), ho deciso che avrei impiegato i miei sforzi in quella direzione.
In realtà, già ai tempi di Malombra, si era prevista una svolta in tal senso che a causa dello scioglimento del gruppo non si fece in tempo ad attuare. Proprio in quel periodo iniziai infatti a scrivere alcuni dei brani che fanno parte del repertorio di Recondita Stirpe.
Inizialmente ho lavorato all’arrangiamento dei cinque brani che sono stati inseriti nel CDR di esordio, coinvolgendo subito dopo Carolina, Mirko e Christoff al quale ho affidato le liriche.
Proprio quest’ultimo, dopo un periodo durato alcuni mesi in cui abbiamo lungamente ragionato su tutti gli aspetti culturali relativi al progetto, ha coniato il nome. Lascio quindi a lui la parola.

Christoff: Recondita Stirpe è innanzitutto un’entità, un insieme di persone, ed è sorretta da un’idea profonda dell’Arte quale luogo primigenio di lotta per la propria evoluzione e per il raggiungimento ed il superamento di Sé . Recondita Stirpe non è una band in senso stretto, ma piuttosto un clan, un insieme di persone che parla in quanto insieme. La nostra coralità musicale ben sintetizza questo ‘Dire’: senza colori, senza distinzioni. Recondita Stirpe è l’ombra che si cela dietro ogni cosa, che ci sia o non ci sia luce, lei sarà sempre presente.

2) I suoni che vi caratterizzano sembrano appartenere sia alla nostra tradizione più colta, come la scuola genovese, che a quella più popolare, ad esempio i ritornelli che si lasciano immediatamente canticchiare e che ci riportano ai vecchi canti del popolo. Sono melodie orchestrate dove gli strumenti “parlano” a più voci, in cui però esiste anche il filo invisibile ma resistente dell’Essenza. Come viene concepita la parte musicale dei brani?

Diego: Penso che nella tua domanda sia già descritto in modo preciso l’approccio che sta alla base della composizione delle nostre musiche.
La ricerca dell’essenza è proprio una delle mie maggiori preoccupazioni di questi ultimi anni. Essa mi ha portato nel tempo a privilegiare un approccio compositivo in cui il tema melodico potesse liberarsi dal vincolo di arrangiamenti troppo articolati e dall’ossessione per la scelta dei suoni che da troppo tempo ormai è diventata (assieme con il tecnicismo strumentale) uno dei pochi aspetti a cui la maggior parte delle persone prestano attenzione (magari non prestandone affatto alla qualità della melodia che di per sé è indipendente dall’approccio si è utilizzato nel realizzare il brano).
Penso che la più grande lezione che possiamo trarre dalla musica popolare sia il fatto che se una melodia funziona, funziona sia se suonata da una sola persona che da un’orchestra. Questa lezione è stata sempre molto chiara ai maestri del cantautorato colto di scuola genovese e a tutti coloro che nella storia sono riusciti a scrivere melodie aventi la capacità di “catturare” fin dai primi ascolti e che hanno saputo resistere al logorio dei tempi.
La musica di Recondita Stirpe (come del resto quella di Egida Aurea) è per buona parte composta da canzoni che, chiunque sia in grado di strimpellare una chitarra, potrebbe benissimo eseguire allo stesso modo dei successi di Lucio Battisti e Fabrizio De Andrè.
Il fatto poi che abbiamo scelto di dar vita ad una formazione di nove elementi, è dovuto al desiderio di poter disporre di una vasta gamma di soluzioni contrappuntistiche (di cui mai cerchiamo di abusare) e di trame ritmiche ed armoniche incisive.
Precisato ciò, rispondo alla tua domanda dicendo che normalmente i brani vengono scritti partendo dalle musiche, che compongo impostando già un primo arrangiamento strumentale con supporto ritmico ed armonico alle melodie della voce e degli strumenti che eseguono i temi principali (solitamente tromba e fisarmonica). Poi Christoff scrive il testo ed ognuno dei ragazzi lavora personalizzando la propria parte e talvolta proponendo soluzioni strumentali ulteriori da aggiungere al brano.
Sulla parte corale (che per noi è fondamentale essendo forse l’aspetto che maggiormente ci contraddistingue da tutti gli altri progetti neo folk usciti fino ad oggi), lavoriamo invece tutti assieme direttamente al momento di registrare le voci.

3) La Parola nei Recondita Stirpe è valore imprescindibile. E’ forza, richiamo, monito, bellezza, cura, dettaglio. Io credo fortemente nel suo potere evocativo e catartico e credo anche che sia una delle armi più grandi che l’uomo possa avere a disposizione. Come si lega alla musica nel vostro lavoro compositivo e come si fondono le due parti?

Christoff: La Parola è ciò che siamo. Tutto in noi avviene per mezzo della Parola, anche le cose più banali e semplici. Di per sé essa non ha un vero contatto con ciò di cui parla, ma è proprio qui che sta l’essenza del suo mistero. Essa è un Varco, una Porta che ci lega indissolubilmente all’Essere, quindi, in definitiva, a ciò che noi siamo. Ma la sua Verità non si rivela, piuttosto si disvela. Non è mai intera, noi ne vediamo solo una porzione, ma se ci sforziamo possiamo scrutare attraverso le maglie e gli interstizi del significante, per vedere quale significato ineluttabile può affiorare.
Scrivere è il tentativo che ci viene offerto per cercare di scardinare la porta che ci separa da ciò che non ci è dato sapere, ma che vogliamo e dobbiamo sapere. La lotta tra noi e il nostro mistero. La musica rafforza il potere evocativo della parola, sostenendola nel suo viaggiare.

4) “Nessuna Letargia”, titolo pregno di forza che assurge a ruolo di sprone in una società dormiente, in un momento in cui ridestare le coscienze assume valore d’urgenza. Esiste secondo voi una strada da seguire?

Christoff: In questo periodo storico l’umanità sta lentamente e inesorabilmente sotterrando se stessa. Siamo anestetizzati da tutto ciò che ci circonda. Il letargo che ci affligge non ci permette di prendere alcun tipo di decisione sulle nostre vite, esse sono in mano al mercato globale. Chi è stanco di tutto ciò, chi è riuscito a domare il sopore deve, inevitabilmente, farlo presente, perché il bivio epocale è alle porte e non dobbiamo permettere a nessuno di mettere le mani sul nostro futuro.

Diego: Noi ci schieriamo tra coloro che non credono alla favola di un occidente ormai al riparo da mutazioni metafisiche radicali e cerchiamo di tenere alto il nostro livello di vigilanza ed il legame con una tradizione (legame che, chi ha a cuore un mondo creato ad hoc per favorire il libero mercato, fa il possibile per disarticolare definitivamente).

 

 

 

 

5) La coralità sia strumentale che vocale che contraddistingue la vostra formazione mi riporta al concetto di Comunità. Quanto conta nel vostro progetto?

Christoff: Come ho detto prima, parlando del nostro progetto, la coralità è il simbolo di Recondita Stirpe. La comunità vive grazie all’instaurarsi di relazioni che ne permettono non solo la sopravvivenza, ma anche la crescita e l’evoluzione. Purtroppo la Finanza mondiale (l’Economia in senso puro ormai non esiste più) detta le sue leggi favorendo solamente chi possiede capitali, per cui va da sé che il resto, se è d’intralcio, deve essere eliminato. Il concetto di comunità va perciò ricostruito su basi diverse. La reciprocità e il rispetto dell’altro devono prevalere sugli interessi dettati dal mercato.

6) Parlando di Recondita Stirpe viene da se il riferimento ad un altro progetto: Egida Aurea. Il primo mi sembra più incentrato sull’Uomo e sul suo essere. Il secondo forse si avvicina più ad una certa storicità degli eventi. raccontateci qualcosa in merito…

 

Diego: La prima differenza è sicuramente quella già da te evidenziata nella domanda.
Mentre Recondita Stirpe spinge la sua ricerca sull’uomo in senso metafisico, Egida Aurea analizza, nell’uomo stesso, il cambiamento delle capacità di percezione del mondo attraverso le differenti epoche storiche ed osserva il suo agire in conseguenza agli input esterni che subisce costantemente nel contesto sociale di cui fa parte.
Si esamina inoltre il modificarsi del suo rapporto con i valori della tradizione e con la spiritualità.
Il secondo aspetto che differenzia i due gruppi è quello della diversa “veste” musicale.
Recondita Stirpe è maggiormente legato a sonorità orchestrali, mentre Egida Aurea è caratterizzato da una trama sonora più vicina al cantautorato.
La coesistenza dei due progetti è per noi necessaria anche perchè permette di soddisfare esigenze espressive differenti in quanto differenti sono le personalità che scrivono i testi.

7) A quali gruppi o musicisti vi sentite attualmente maggiormente affini e con quali vi piacerebbe collaborare?

Christoff: Ci sono moltissimi progetti che apprezzo e con cui vorrei collaborare. Miro Sassolini è sicuramente uno degli artisti che più amo e rispetto. Mi piacerebbe molto fare anche qualcosa con i Roma Amor (Poesia, Musica e Teatro sono da sempre il centro dei miei interessi ) e con i Blooding Mask: Maethelyiah ha una voce splendida!

Diego: Per quanto mi riguarda, è in atto una collaborazione aperta con gli Hidden Place di Matera, con cui sono molto legato a causa della forte amicizia esistente tra me e Giampiero Di Barbaro.
Ho recentemente partecipato con un piccolo contributo alla realizzazione del nuovo disco di Janvs e suonerò nel prossimo LP di Runes Order.
Ci sono poi altri due artisti a cui mi sento particolarmente legato e ai quali non faccio mai mancare il mio supporto.
Sono Maethelyiah di Blooding Mask e The Big White Rabbit.
8- Dopo “Nessuna Letargia” che tipo di lavoro vi vedrà impegnati?Christoff: Stiamo preparando un nuovo lavoro e stiamo cercando di organizzare alcuni live. Ci piacerebbe molto far ‘sorseggiare’ l’atmosfera popolare di “Nessuna Letargia”.
Diego: Il prossimo lavoro in studio di Recondita Stirpe sarà probabilmente un mini CD. Abbiamo praticamente terminato di comporre le musiche.

9) Ringraziandovi per aver voluto condividere i vostri pensieri con noi vi lascio queste righe…
Christoff: Volevo ringraziare tutti i musicisti del nostro ensemble per il loro mirabile lavoro e per la dedizione che profondono alla Stirpe. Grazie soprattutto a te Anna e ad ICE AGE Zine per averci ospitato.

Roma Amor… Vincit omnia!

Posted in musica on Settembre 16, 2008 by iceagezine

Di Anna Le Rose

Immagino una scena così… “Silenzio signori!” trafelato invoca l’oste, ma il vocìo etilico andante non accenna a diminuire. Ora una grossa risata si scaglia contro le umide pareti di un luogo che ha visto e sentito tanto, a volte troppo. Neanche la fisarmonica che ha iniziato a suonare prende possesso del signor Silenzio. Ma d’un tratto lo schiamazzo tace e i Roma Amor tra sorriso e malinconia ci narrano le loro storie…

ROMA AMOR - s/t, 2008 OEC

1- Domanda rituale: come nasce il progetto Roma Amor e perche questo nome?

I Roma Amor sono nati circa due anni fa dall’incontro di Euski e Candela e dal loro desiderio di combinare sonorità della musica da cabaret e della cultura popolare e tradizionale europea.         
La formula bifronte Roma Amor ci è piaciuta da subito perché si adatta bene alla nostra musica: energica e malinconica, romantica e avvelenata, calibrata ma sghemba, in altre parole qualcosa e il suo opposto allo stesso tempo. L’idea ci è venuta leggendo alcuni saggi sulle origini esoteriche del nome di Roma. Secondo alcuni storici Amor, traduzione in latino di “amore” e palindromo di Roma, è il nome segreto della città. Roma potrebbe aver conquistato il suo impero grazie alla promessa di Amor (o almeno questa è l’ipotesi di alcuni studiosi).

2- Tanto dolce quanto sensuale la voce di Euski, che accompagnata da una fisarmonica ci apre le porte di un’osteria. Il profumo della cucina popolare, caraffe di vino rosso, uomini e donne con vizi, segreti e virtù… Cosa vedono e cosa sentono i Roma Amor dal palcoscenico? 

  Certamente il desiderio di condividere qualcosa di intimo, segreto e prezioso ci spinge a preferire locali raccolti come osterie e piccoli club. E’ difficile comunicare esplicitamente un segreto: a volte lo si fa sommessamente, a volte gridando l’opposto, altre volte cercando di ammaliare.

3- Un po’ clown, un po’ poeti, un po’ attori, ma profondamente uomini… Cosa invece con queste vesti desiderate raccontarci?

Raccontare è uno degli elementi caratteristici del cabaret che vorremmo riscoprire. Nella musica da cabaret il testo è spesso legato ad una storia da trasmettere, presentata in rima o sottoforma di filastrocca o ninna nanna. Nelle nostre nuove canzoni ci sono tante storie e leggende che avremo il piacere di condividere con te e con chiunque le voglia ascoltare non appena torneremo a suonare dal vivo. E sarà molto presto!

4- Bacalov, Almond, Brèl. Come mai la scelta di inserire tante cover nel vostro primo lavoro?

Nell’album ci sono quattro cover e “Next” di Brel è presente in due versioni differenti. Come nel caso dei Cramps, una band new wave cha a noi piace molto e che nel disco d’esordio reinterpretò cinque classici rock’n’roll, non si tratta di cover intese come rivisitazioni fedeli al modello originale. Le abbiamo invece personalizzate facendole nostre e utilizzando il brano originale solo come punto di partenza per darne una nuova lettura. A nostro parere ci stanno tutte nell’atmosfera del disco e hanno il compito di definire le nostre influenze musicali. Sono il nostro manifesto programmatico. In particolare Almond e Brel sono i due punti di riferimento che ci hanno spinto a mettere in piedi questo progetto. Euski è una fan di Almond da più di vent’anni e il suo stile vocale ne è fortemente condizionato. Brel non ha certo bisogno di presentazioni: è un maestro nel raccontare storie e ha ispirato molti tra i nostri cantanti preferiti, da Scott Walker a Bowie, da Gavin Friday a De André fino allo stesso Almond…

5- Sulla vostra pagina MySpace ho letto: AMOR VINCIT OMNIA. Virgilio, nelle Bucoliche, scrisse: “Omnia vincit Amor et nos cedemus amori” (L’amore vince tutto e noi cediamo all’amore). Per voi l’amore è un valore che veicola sentimenti o un sentimento che ci permette di riconoscere valori?

Definire l’amore è qualcosa che ne sminuirebbe la natura, perché è cosa troppo grande per essere inserita in un solo contesto o trattata da un solo punto di vista. Ognuno può mettere o vedere amore come e dove vuole. Per noi l’amore è la più alta manifestazione dello spirito che trionfa su tutto.

6- L’Old Europa Cafè ha puntato su di voi. Credete che questa collaborazione proseguirà nel tempo?

Con l’Old Europa Cafè c’è un rapporto di reciproca stima e fiducia e siamo molto grati a Rodolfo, il boss dell’etichetta, per averci prodotto senza interferire in alcun modo nelle nostre scelte artistiche. Con queste premesse ci auguriamo che questa collaborazione continui.

7- Salutandovi vi chiedo qualche anticipazione su live e progetti futuri…

Forse è troppo presto per parlarne, visto che le cose possono sempre cambiare direzione, ma stiamo facendo ricerche sul folklore della nostra regione che crediamo possano essere materiale interessante per comporre nuove canzoni originali da inserire in un possibile secondo album. Il mondo rurale e la cultura dei contadini, da sempre tra la sfera pagana e cristiana, prevedono anche la presenza di personaggi sovrannaturali poco benevoli e protettivi, come la Borda, la Zirinelda, il Papon…, che servivano agli uomini per far conoscere e rispettare le regole della natura, ai bambini per comportarsi bene e a tutti per condividere il brivido del mistero. Noi non siamo sfuggiti a questo fascino, che stiamo cercando di portare in musica.

A breve ci sarà l’occasione di sentire dal vivo un’anteprima di queste nuove composizioni nell’ambito di un evento organizzato dall’OEC i cui dettagli saranno comunicati quanto prima sulla nostra pagina myspace (www.myspace.com/romamorensemble)  e sul sito dell’OEC (www.oldeuropacafe.com). 

E’ stato un piacere chiacchierare con te e ovviamente ti aspettiamo al concerto!

Un “Corto Circuito ” che “Danza sull’acqua”.

Posted in musica on Maggio 16, 2008 by iceagezine

Di Anna Le Rose

Quante bands tentano di ricalcare le orme delle grandi formazioni che la storia della musica ci ha regalato? Tante. Troppe. Poche con buoni ed originali risultati. Le restanti si realizzano noiosamente con la poca convinzione di chi le ascolta, e forse anche di chi le porta avanti a volte. I Sinezamia sono invece un valido esempio di giovani musicisti che attraverso esperienze e gusti musicali diversi sono arrivati a proporre un EP degno di attenzione. Prendendo spunto da formazioni come Litfiba, Diaframma, Neon e Joy Division i nostri mantovani hanno unito elementi di rock a ritmiche ossessivamente dark dando vita a “Fronde”, primo EP autoprodotto. Certo, le imprecisioni ci sono, ma la materia anche. E a noi non resta che incoraggiarli… Ad maiora semper ragazzi!

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1- Domanda quasi di rito: perchè Sinezamia?

Marco Grazzi: Perchè Sinezamia? Bella domanda… Tutto risale mi pare al 2003, quando proposi un nome per l’allora band di Carlo Enrico, Claudio e Simone, “Senza Pregiudizio”, che tradotto in latino diventa “Sine Zamia”. Non venne usato, ma, nel 2004, appena ci ritrovammo per dar vita a questo nuovo progetto il nome non poteva che essere questo!

2- Dal momento in cui la vostra musica ha iniziato a circolare ovviamente siete stati accostati alle storiche bands delle new-wave di casa nostra, anche per il cantato in italiano. Com’è nato il vostro progetto? Ascoltavate tutti lo stesso genere o vi siete contagiati?

M.G.: E’ nato nel maggio del 2004, quando ancora eravamo minorenni. Tutti avevamo necessità di suonare, di proporre qualcosa che fosse diverso dalle altre bands emergenti. Quando mi trovavo con gli altri ragazzi non portavo mai i classici cd come Metallica o Iron Maiden, ma i primi Litfiba, Diaframma, Joy Division… Il classico “dark”! All’inizio non piacevano a nessuno, poi col tempo hanno iniziato ad apprezzare e ne sono rimasti catturati. Ovviamente ancora oggi gli ascolti all’interno della band sono vari, si passa dalla mia dark-wave (amo la scena fiorentina e romana) ai Pink Floyd o Black Sabbath di Marco, il chitarrista. Claudio, il batterista, ama i Nirvana, e il fratello Simone, il bassista, ascolta anche i Nomadi! Carlo Enrico, il tastierista, apprezza Enrico Ruggeri, Franz Ferdinand, Radiohead, poi tutti ascoltiamo Litfiba, Diaframma, Timoria, Joy Division e così via. Abbiamo iniziato eseguendo cover dei primi Litfiba come “Eroe nel vento”, “La preda”, “Guerra”, “Siberia” dei Diaframma e “Transmission” dei Joy Division, e in contemporanea nascevano i nostri primi pezzi, come “Corto Circuito”, “Fotografia”, “Noia”, “Volti”, tutti registrati artigianalmente e contenuti nella demo “Il gelido fuoco delle notte solare”, uscito in sole 25 copie che non ricordo neanche a chi possa averle regalate!

3- Peccato… sarebbe stato bello poterlo ascoltare! Personalmente ho trovato “Fronde”, il vostro primo vero EP autoprodotto, molto piacevole e, al di là di cosette da sistemare, alcune secondo me pecca dell’autoproduzione, avete davvero un potenziale su cui lavorare, date anche le sfumature che rendono la vostra new-wave diversa rispetto ai troppi cloni che oggi ascoltiamo. A tal proposito, come vivete le critiche di chi vi vorrebbe musicalmente meno contaminati?

M.G.: Innanzitutto ti ringrazio del complimento! E’ davvero bello quando qualcuno apprezza il nostro “Fronde” e lo critica in modo costruttivo! Con il senno di poi è ovvio che anch’io cambierei molte cose, ma considerando che lo abbiamo registrato in un solo giorno in una lunga session di 13 ore filate, tutto in diretta e non in una sala d’incisione ma nella nostra sala prove corredata di separè, siamo fieri del risultato!

Hai colto quello che secondo me ci contraddistingue rispetto agli altri gruppi new-wave. Come dici tu abbiamo sfumature diverse, magari più rock per la chitarra di Marco, più dark per il mio timbro vocale. Il sound dei Sinezamia è un mix di tante influenze, sfociate in un suono simil new-wave, darkeggiante ed energico. Chi ci vorrebbe meno contaminati? Beh, le influenze esistono per tutti, e ci sono anche per noi, o meglio, c’erano maggiormente nei primi periodi. Non vedo tutta questa somiglianza con i pezzi dei primi Litfiba ad esempio, sarà una questione di “atmosfera”, ma non un “copia e incolla” che molti ahimè fanno!

4- Hai citato il tuo timbro vocale Marco… Potremmo parlarne per ore, ma tiro dritto e vado al punto. Dono di Madre natura o timbrica volutamente calcata ed oscura? Non risparmi certo energie in giochi vocali dai toni ombrosi…

M.G.: Premetto che sono un autodidatta, non amo le scuole di canto. Preferisco spontanea e naturale, un po’ “naif”. Trovo le voci nate dalle scuole di canto per lo più uguali e e costruite. Il mio è un timbro basso di natura, “oscuro” come dici tu. Ho sempre amato le voci di Nicola Vannini, Miro Sassolini, il Pelù ‘80/’89, Marcello Michelotti dei Neon. Ovvio che poi calandomi nell’interpretazione dei testi viva molto l’aspetto emotivo… se un testo è tino di amarezza ad esempio, il mio modo di cantarlo enfatizzerà quel lato. Voglio far passare un aspetto “cupo” nella nostra musica, nel mio modo di vedere le cose. Credo, almeno in questo, di riuscirci. Ultimamente però, soprattutto nei pezzi nuovi, ho alzato il tono per dar spazio ad un aspetto più violento e d’impatto, ma è tutto naturale, conseguenza del mio attuale periodo.

(Sorrido ascoltando l’inizio simil tango-dark di “Illusioni”…)

5- C’è un brano al quale vi sentite particolarmente legati o che secondo voi vi identifica maggiormente?

M.G.: Ognuno all’interno del gruppo credo che abbia il suo. Personalmente credo che quello che ci rappresenti maggiormente sia “Danza sull’acqua”, che è anche quello pìù amato dai nostri fans. ha avuto anche passaggi in radio, ad esempio su All Gothic, di Catania. Pensa che un nostro caro fan di Napoli l’ha pure suonata ad un’assemblea studentesca presentandola come “Brano di una promettente band new-wave di Mantova”!

6- La partecipazione attiva di chi segue è sicuramente uno dei lati più belli del fare Arte, ma esistono anche delle negatività inevitabilmente. La piccola provincia italiana ad esempio spesso penalizza la crescita di realtà diverse dallo standard commerciale. Voi come vivete la vostra?

M.G.: Ne siamo un esempio lampantr ahimè! Nella nostra provincia siamo abbastanza snobbati. Ci penalizza anche essere l’unico gruppo new-wave  e non avere quindi possibilità di condivisione di esperienze e genere. Si da spazio per lo più alle cover band, che secondo me rovinano tante possibilità! Un conto è proporre alcune cover, come noi, un altro è suonare brani triti e ritriti! Oppure lo spazio è concesso solo alle band metal, l’una clone dell’altra, e le realtà diverse vengono isolate. Mantova poi è una città carente si strutture adatte alla musica, aggiungici poi che la gente è ignorante in materie e anche poco aperta e il gioco è fatto. Si preferisce fare l’aperitvo o andare aballare nel locale in o di moda. Comunque stiamo riuscendo a conoscere mantovani che ascoltano new-wave, e non ti dico la reazione che hanno quando scoprono che a Mantova c’è un gruppo che suona quel genere!

7- Le copie di “Fronde” sono state tutte vendute, anche all’estero. La critica, al di là di alcuni appunti, vi ha accolto bene. Tutti aspettiamo il vostro secondo lavoro. Ora cosa state preparando? Prossimi appuntamenti live, pensieri e saluti…

M.G.: Le copie ufficiali sono state cento, tutte numerate a mano e oro-serigrafate, aspetto collezionistico che ha reso felici molti, me compreso. Sono state vendute tutte per corrispondenza, il che ci ha permesso d’instaurare rapporti con tante persone di tutta Otalia, infatti “Fronde” è stato spedito nelle province di Bari, Catania, Cosenza, Cremona, Firenze, Mantova, Napoli, Novara, Rimini, Roma, Sassari, Sondrio, Teramo, Torino, Verona e in Belgio, Irlanda, Polonia e Svezia. Sono state stampate poi altre copie senza tiratura, in bustina con serigrafia bianca, spedite anche in altre province, come Enna ed Otranto.

Il nostro prossimo lavoro è in evoluzione, stiamo stendendo nuovi brani e ne siamo soddisfatti. Vedremo se sarà un EP o un Debut Album. Non so dirti quando uscirà, sicuramente non prima dell’autunno-inverno. Tra i titoli posso anticiparti “Dilanio dell’anima”, “Sacralità”, “Lussuria”, “Venezia”. Al momento siamo concentrati sulla stesura dei pezzi, visto anche che l’estate non è un momento molto fortunato per i live, ma ne stiamo già accordando qualcuno da settembre in avanti, e ci saranno anche delle date molto importanti.

Ti ringrazio enormemente Anna per lo spazio che ci hai concesso, ringrazio la redazione di Ice Age e tutti quelli che sono arrivati a leggere fin qui. Se volete ascoltare la nostra musica, vedere filmati tratti dai live, leggere recensioni e commenti, visitateci su: www.myspace.com/sinezamiamantova o scriveteci all’indirizzo e-mail sinezamia@hotmail.it

Tra passato e futuro… Hiroshima Mon Amour.

Posted in musica on Aprile 29, 2008 by iceagezine

Di Anna Le Rose

E’ bello sapere che da qualche parte esiste ancora a distanza di tanti anni qualcuno che ama l’italica new-wave fatta di essenzialità e buon gusto. No, non esagero se parlando degli Hiroshima Mon Amour rimando i miei pensieri alle note di gruppi storici come Diaframma e Litfiba! Ma ciò che davvero rende questa formazione diversa dalle altre è la capacità di aver saputo creare un marchio di fabbrica tutto originale nonostante le pedisseque imitazioni che da anni pullulano la scena musicale di riferimento. Ed è così che i nostri ragazzi di Teramo, nonostante le pause con cui si sono dovuti confrontare, sono riusciti a conquistare pubblico e critica. Coinvolgono con le loro melodie “siberiane”, scandiscono il ritmo di cuori e pensieri, rincorrono e scorrono atmosfere plumbee. Questo, ma anche molto di più, rappresenta gli HMA, che attraverso le parole di Carlo Furii hanno raccontato ad Ice Age la loro storia…

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1- Carlo percorriamo in questa chiacchierata la vostra storia… Hiroshima Mon Amour, nome importante, film vessillo della Nouvelle Vague, brano storico degli Ultravox. Come mai proprio questa scelta?

Quando stavamo cercando un nome per il gruppo, ci guardavamo attorno per carpire dalle situazioni che ci circondavano qualcosa di adatto alla musica che colevamo suonare. “Hiroshima Mon Amour” mi sembrava molto adatto perchè “Hiroshima” mi faceva pensare a qualcosa di duro e drammatico, dal tragico episodio della Seconda Guerra Mondiale, mentre “Mon Amour” m’ispirava qualcosa di più dolce e romantico… Ed erano esattamente le due facce del nostro modo di far musica! Un nome che ci ha fatto discutere più di una volta: non piaceva ai miei compagni che lo ritenevano troppo lungo e complicato.

2- La band nasce a fine 1994, due demo-tapes, la fanzine “Petali Viola” distribuisce il vostro primo mini-cd autoprodotto. Come ricordi quegli anni? Stati d’animo? Progetti? Sogni?

Si, avevamo molti sogni allora e si respirava un’aria moto positiva. I demo-tapes erano andati bene ed eravamo riusciti a far parlare di noi in modo importante. Il mini-cd pubblicato in allegato a “Petali Viola” veniva a sancire il passaggio dal demo-tape al prodotto ufficiale confezionato. Avemmo un’esplosione di popolarità nell’ambiente new-wave/gotico italiano! Pochi mesi prima avevamo anche ricevuto una proposta discografica. Il nostro periodo più felice, forse…

3- Dopo due mesi dal mini-cd esce “Anno Zero”, il primo vero album. Dopo poco più di due anni arriva “Dedicata”. Impossibile non notare le diverse sonorità. da una new-wave venata di rock vi accostate a suoni molto più elettronici. Cosa ha scaturito il cambiamento? fattori esterni, esperienze nuove, gusti personali?

Vorrei chiarire una cosa importante: la nostra storia “compositiva” va letta al contrario, cioè “Dedicata” è il primo vero album degli HMA, ideato assieme al tastierista e membro fondatore Vincenzo Marchetti. Erano le nostre prime composizioni, usavamo la batteria elettronica e Vincenzo aveva una personalità prorompente, le due cose spiegano le forti tinte elettroniche dei pezzi ed anche alcune ingenuità nella loro stesura. La sua malattia e l’abbandono ci sconvolsero, pensavamo di non essere in grado di andare avanti senza di lui. Poi abbiamo deciso di continuare, ma anche di non suonare più quel repertorio, ripartire da zero. Abbiamo preso un batterista ed un niovo tastierista, il sound è cambiato, si è fatto più elettrico ed è nato “Anno Zero”. Successiavamente ci siamo accorti di essere ancora emotivamente legati alle canzoni del primo periodo, quelle che avevamo abbandonato, così le abbiamo recuperato ed incise. in “Dedicata” abbiamo usato i suoni e le tracce MIDI originali per ottenere un risultato più aderente possibile a quello che facevamo agli inizi, ingenuità comprese.

4- Arriviamo ora al primo, forse, vero momento difficile per la band, lo scioglimento. Come ci si sente in quei momenti? Personalmente mi sentirei spogliata di una parte importante di quel sogno…

Non è che gli HMA si siano mai realmente sciolti, parlerei piuttosto di cambi di formazione e di prolungati periodi di stop. Quello del 2001 è stato uno dei momenti più difficili da affrontare, sono stato più provato di quello che ho realmente mostrato, soprattutto per la frattura con Antonio Campanella, bassista e fondatore, nonchè mio alter ego all’interno del gruppo. Fino a quel momento i pezzi erano nati da un duro confronto tra noi due, lui era molto critico verso le mie proposte, però oggi penso che quello sia stato un processo costruttivo importante, che ha contribuito alla maturazione del nostro sound. E’ stato sicuramente un brutto colpo, ma adesso ho capito che la storia di un gruppo musicale è, in piccolo, la storia della vita stessa: è fatta di continui mutamenti, se riesci ad adattarti sopravvivi, altrimenti soccombi. Adesso io e Antonio siamo perfettamente riconciliati, anche se non suoniamo più insieme.

5- la storia continua e gli HMA si rialzano con una nuova formazione che ti vede come unico superstite. Arriva nel 2004 un nuovo mini-cd autoprodotto, £Hiroshima Mon Amour:4″. In quell’anno ricorreva anche il vostro decimo compleanno, festeggiato con una raccolta intitolata “Cambio 1995/2001″. Critiche ottime, come sempre del resto, sanciscono quel momento. Come ci si sente ad essere una delle formazioni più stimate nell’ambito, non solo della new-wave, ma di tutto il panorama rock alternativo made in Italy? Tra l’altro nel 2006 alcune vostre canzoni sono state inserite ne “Il Grande Dizionario della Canzone Italiana” curato da Dario Salvatori…

E’ stato molto duro rimettersi in gioco per una seconda volta, anche qui ho pensato che non ce l’avrei fatta, poi alcuni fortunati incontri mi hanno permesso di rimettere in piedi il progetto. “Luna”, brano inciso sul finire del 2001, è un po’ il simbolo di questa rinascita, che stavolta è maturata più sul palco che in studio di registrazione. Non pensavo che un album come “Cambio 1995/200″ potesse riscuotere così tanto successo di critica. Evidentemente la passione che abbiamo messo nel nostro lavoro si avverte. Come mi sento? Ma… Mai arrivato ad alcun traguardo, nella mia mente il miglior disco e la jmigliore canzone degli HMA devono ancora venire. Sento di avere ancora molte cose da dire e molte idee da sfruttare. Per quanto riguarda il libro di Salvatori, noi eravamo comletamente all’oscuro di essere stati citati come band dai testi meritevoli di essere ricordati nella storia della musica italiana. Lo abbiamo saputo casualmente quasi un anno dopo la sua pubblicazione, con nostro sommo stupore…

6- Il 2007 vede l’arrivo di “ES”, il lavoro a mio parere più oscuro che abbiate fatto. Cosa vi ha portato a questo concepimento?

Ho scritto “ES” nel 2005, un periodo in cui ero molto stressato, così come lo erano tutti i membri degli HMA a causa dell’Embryo Tour. Facevamo degli ottimi concerti, ma non era sufficiente per trovare buoni ingaggi come in passato, ero arrabbiato e non sapevo con chi prendermela. “ES” è molto simile ad un incubo, ho messo dentro questo lavoro il mio lato più oscuro e pessimista. Possiamo definirlo come la materializzazione delle mie paure più inconsce…

7- Ed eccoci ai giorni nostri… “Embryo Tour 2005″, un disco registrato dal vivo che inevitabilmente permette la prorompente fuoriuscita del vostro suono tipicamente dark/new-wave. Come nasce e come si evolve la composizione dei brani?

Gli HMA hanno avuto una storia molto frammentata, abbiamo attraversato varie fasi, quella più rock, quella più elettronica, quella più gotica. L’album “Embryo Tour 2005″ ha il merito di aver uniformato, grazie alla dimensione live, dieci anni di storia musicale in un suono unico e compatto. E’ difficile descrivere la nascita e l’evoluzione di un pezzo degli HMA. All’inizio nasceva tutto in cantina suonando insieme, poi si è iniziato a lavorare con più metodo partendo da una bozza fatta da me con chitarra acustica e voce. Oggi si lavora prevalentemente col computer, si prepara una base MIDI e ci si suona sopra. Quello che non è cambiato è il mio modo di scrivere i testi, su pezzi di carta volanti e con penna Bic nera, rigorosamente a notte fonda.

8- Dopo aver cambiato tante etichette siete approdati alla “Danze Moderne”, etichetta discografica indipendente che ti vede attivo in prima linea. Come vedi l’attuale panorama italiano?

Guarda, già mi hanno fatto questa domanda in un’altra intervista, ho risposto sinceramente e qualcuno si è offeso…  Ribadisco anche  ate che non vedo una scena italiana in buona salute. Evito di fare nomi, ma se il meglio è quello che ci stanno proponendo oggi i gruppi indie più in voga, la vedo messa male. Quando alcuni amicie  colleghi musicisti mi hanno chiesto di entrare nel progetto “Danze Moderne” sono stato titubante, ma poi mi sono detto che potevo fare il mio tentativo da dare un contributo al rock italiano. In Italia ci lamentiamo sempre, poi, quando si presenta l’occasione per darsi da fare, ci si tira indietro. Io non ho voluto tirarmi indietro.

9- L’ultima parola agli HMA…

Primo: ti ringrazio per l’intervista e per l’interesse che hai riservato al mio gruppo. Secondo: comprate “Embryo Tour 2005″, è un bel disco e merita l’ascolto. Terzo: se non conoscete ancora gli HMA visitate il nostro sito internet www.hma.it e la nostra pagina MySpace www.myspace.com/hiroshimamonamourband dove potrete ascoltare gratuitamente alcuni nostri brani.

Riccardo Prencipe’s Corde Oblique: tra Respiri e Volontà d’Arte.

Posted in musica on Marzo 25, 2008 by iceagezine

Di Anna Le Rose

Ci sono attimi nella vita in cui ti soffermi su dettagli che in altre occasioni non avevi minimamente tenuto in considerazione. Lì affiorano profumi, ricordi, emozioni, dolori, piaceri, visioni. Quasi come se il sangue iniziasse a scorrere per la prima volta in quel momento. Così è stato ascoltando “Volontà d’Arte”, ultimo lavoro di Riccardo Prencipe. Facile lasciarsi andare al vibrare delle parole quando l’emozione che ti trasmette un album come questo è così forte! Facile parlarne bene insomma! Ma come non farlo?! Come rendersi impersonali quando il cuore danza al ritmo di antiche melodie che profumano di Terra e Mare? Bisogna solo fermarsi e custodire quel momento.

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1- Riccardo dopo un anno e mezzo da “Respiri” ci ritroviamo a parlare di “Volontà d’Arte”, il tuo ultimo album. Nella nostra precedente “chiacchierata” abbiamo riflettuto sulle contaminazioni musicali che le tue origini partenopee inivitabilmente apportano alla tua musica. Vorrei porti un nuovo spunto questa volta al di là dei suoni… Quali colori legheresti a quest’album?

R. – Per una semplice ragione psicologica sono portato a legare ad ogni mio album i colori dell’artwork, molto probabilmente la scelta stessa dei colori scaturisce dal sound che presenta il disco. Dovendoti dare una risposta alternativa direi senza dubbio il bordeaux, l’arancio scuro e il verde acqua. Tuttavia ogni brano si legherebbe a tinte assai diverse, unite soprattutto ai diversi luoghi a cui si ispirano i brani, arriveremmo quindi ad una tavolozza estremamente variopinta.

2- Dal titolo dell’album si evince il tuo forte legame con la Storia dell’Arte. In che misura incide la conoscenza di questa materia nel tuo far musica? Ci sono artisti ai quali ti senti particolarmente vicino per sensibilità, concezioni o ispirazioni?

R. – La misura è enorme, in quanto sono convinto che sia fondamentale creare dei cortocircuiti fra le componenti della nostra vita; questo in generale fa si che ognuno possa essere realmente sé stesso e non tentare di assomigliare a qualcun altro. Gli artisti a cui mi sento più vicino sono: Man Ray, Marcel Duchamp, Simone Martini e lo scrittore Marcel Proust.

3- “Kunstwollen”… Dove trovi la tua Volontà d’Arte?

R. – Nei luoghi a cui dedico le musiche che essi stessi mi trasmettono.

4- Purtroppo la Storia dell’Arte viene sempre meno studiata e approfondita dai ragazzi, che spesso la trovano un po’ noiosa. Devo dire che ciò è dovuto anche al metodo d’insegnamento che sempre meno coinvolge e appassiona. Oltre al tuo impegno di musicista la vita ti vede nelle vesti di storico dell’arte. Come cerchi di conciliare queste due strade? Credi sia possibile avvalersi dell’immediatezza della musica per trascinare il pubblico alla scoperta di questa affascinante materia?

R. – E’ proprio quello che cerco di fare. In effetti credo che il problema della lontananza tra la gente e la storia dell’arte sia proprio il metodo d’insegnamento. Purtroppo esiste un’enorme quantità di docenti che insegna le cose in modo nozionistico e meccanico, privandole delle sensazioni necessarie a farle rivivere nel presente, è gente che dovrebbe fare solo ricerca e a cui credo non interessi insegnare. Nel mio piccolo cerco sempre di coniugare l’aspetto scientifico con quello romantico, che è un motivo fondamentale che ci spinge a fare questo mestiere. Dedicando dei brani ad alcuni luoghi cerco di risvegliare nella gente la curiosità verso questi, raccontarli dal mio punto di vista per spronare gli altri a raccontarli dal proprio.

5- uno degli aspetti peculiari del tuo far musica è la collaborazione con numerosi musicisti. In questo modo ogni brano diventa come una storia narrata a più voci, ciò conferisce ad ogni singolo pezzo un fascino tutto singolare. Ma la collaborazione a volte può dar vita ad inconvenienti di natura personale ed intima, piccole mortificazioni alla nostra vanità, il sentirsi privati di un qualcosa di esclusivo, di un’idea… A te è mai successo?

R. – Assolutamente no, in nessun senso. Sono molto attento e corretto sia a voler riconoscere la creatività altrui che nel pretendere che venga riconosciuta la mia. Nella maggior parte dei casi stendo sia l’arrangiamento che la melodia dei testi, quindi il problema non si pone; ma nei casi in cui da parte di un ospite c’è un contributo creativo, e non solo esecutivo, l’ho sempre riconosciuto sia verbalmente che formalmente. Ci tengo inoltre a sottolineare che l’importanza dell’interprete è per me fondamentale; non credo affatto di non aver bisigno di nessuno, sono cosciente di essere una mente che ha bisogno di altri organi per far funzionare l’organismo.

6- La prima parola che mi è saltata alla mente ascoltando l’album è Mediterraneità. Un concetto che non saprei definirti se non come una sorta di non luogo dove confluiscono tutte le ricchezze della nostra Terra, anch’io come sai sono meridionale. Attingiamo alla realtà che conosciamo, ne beviamo il succo, ne mordiamo la carne assorbendone l’essenza. Un’alchimia tra Natura e Storia. Secondo te dove si cela o dove si palesa la ricchezza della nostra tradizione?

R. – La ricchezza della nostra tradizione si cela nei difetti che essa purtroppo ci ha tramandato; le difficoltà in cui siamo cresciuti e in cui viviamo tuttora ci impongono di essere vigili e attenti. Inoltre il fatto di essere cresciuti a stretto contatto con il mito, ce lo ha reso familiare, verso l’antico è come se avessimo un atteggiamento confidenziale. Non credo ciecamente nei luoghi comuni, ma se esistono ci sarà un perchè…

7- Per un musicista credo che la dimensione live sia un momento di vera passione col pubblico, con la musica, con lo strumento. Ho avuto il piacere di assistere ad un tuo live e ne sono rimasta totalmente coinvolta! Tu come la vivi rispetto al momento creativo-compositivo?

R. – Sono cose molto diverse, tuttavia anche in questo caso indispensabili tra di loro. Il momento è un po’ il sesso della musica: c’è pancia, c’è piacere immediato, c’è fervore. il momento creativo invece è un concerto tra la mente ed il cuore, ma è fatto di solitudine, di intimismo, forse anche un po’ di misantropia.

8- Quali sono i tuoi ascolti al momento?

R. – E’ un momento in cui mi sento molto vicino agli Anathema, credo che abbiano molto da dire e siano un’ottima fusione tra malinconia ed energia. Sono inoltre legato da sempre alla musica antica, ed in primo luogo ai Micrologus, ensemble umbro che seguo da anni.

9- Cosa pensi dell’attuale situazione sociale partenopea? Intravedi delle vie d’uscita o credi che il futuro di Napoli resterà un magma caotico e, ahinoi, stagnante?

R. – Difficile a dirsi, credo però che i mass media enfatizzino un bel po’ i nostri problemi, non che non ne abbiamo, ma durante il perido in cui si aprlava del problema rifiuti mi hanno telefonato degli amici musicisti che vivono fuori chiedendomi se stessi bene in salute! Risultato dell’esigenza dei media di fare notizia…

10- Nel ringraziarti per aver voluto condividere con noi questo spazio lascio l’ultima parola a te…

R. – Grazie a te e grazie ai numerosi giornalisti che sono attenti verso le realtà italiane; il futuro della musica è anchenelle vostre mani, sentitevene responsabili nel bene e nel male!

INTERVISTA KIRLIAN CAMERA

Posted in musica on Febbraio 27, 2008 by iceagezine

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Di Alberto Facchini

1) Siete instancabili: neppure il tempo di far apprezzare un nuovo album che esce il primo progetto solista di Angelo! Un titolo forte: URANIUM USSR 1972…

Angelo: Beh, era da un po’ che volevo fare uscire quel disco, così ho approfittato del rallentamento a riguardo delle uscite di Kirlian Camera. Elena ha curato tutto il lavoro non inerenta la musica, dandomi una grossa mano anche in fase creativa con le sue grafiche, in special modo quelle realizzate per il box.

2) Nell’era della globalizzazione voi usate il serbo-croato per un brano del vostro penultimo album. Perchè “KOBNA DOB”? C’è una qualche provocazione?

Elena: No, avevamo cantato in croato sul disco di Stalingrad nel 2002 e, nel 2004, abbiamo dato la “par-condicio” al linguaggio serbo su INVISIBLE FRONT 2005. Niente provocazioni, comunque, dato che la nostra pare sempre più una posizione “super partes”, molto “possibilista” ed aperta a varie fonti culturali ricollegabili ai nostri interessi. E’ chiaro che essere così aperti genera fastidi, spesso, dato che la “gente aperta” che molte volte conosciamo è tale solo perchè glielo insegnano come “facciata”, quando invece la base è cieca e “di parte”, o solamente disinteressata a qualsiasi argomento e a chiunque…

3) I progetti collaterali Siderartica e Stalingrad li considerate “minori” o degli ottimi compendi di quella che è la vostra attività principale? Non mi pare un divertimento fine a se stesso voglio dire…

Angelo: Stalingrad è ibernato e Siderartica è morto. Il nuovo progetto si chiama SPECTRA*paris ed è un progetto femminile condotto da Elena, quasi un lavoro solista, con amiche ospiti. Posso dire che tale entità non è un “dopolavoro”, anzi,  l’impegno, il tempo e la dedizione ad esso dedicati fanno di S*P un vero e proprio “main project” staccato completamente da Kirlian Camera e con un futuro continuativo. Non sono coinvolto direttamente in questo capitolo, ma lo seguo da vicino e trovo il primo risultato, l’album “Dead Models Society (Young Ladies Homicide Club)” realmente splendido, anche notando l’impegno divertito, ma incredibilmente profondo che esso richiede.

4) Insieme a Limbo e Pankow formate la triade “storica” dell’elettronica italiana. In che rapporti siete?

Angelo: Credo buoni. Coi Pankow non ho mai avuto problemi e suppongo vi sia reciproca stima. Non li conosco bene, personalmente, ho solo incontrato maurizio fasolo tempo fa a Firenze e mi è sembrato una persona gentile. Ho sentito dire che (forse) condivideremo il palco a Cagliari e ci fa piacere. Coi Limbo… è un po’ che non vedo Gianluca. Sento ogni tanto giovanni Fiaschi, il chitarrista.

5) Ho ascoltato tante volte “Schmerz”, disco dal fascino pregno del senso tragico dell’esistenza… tra glia altri componenti c’era Simon Balestrazzi, fondatore degli ormai disciolti T.A.C.. Come ricordate quel periodo e ritenete possibile una futura collaborazione se non un rientro in seno al gruppo?

Angelo: Non ricordo molto del periodo. Sicuramente trovo SCHMERZ  un disco da sempre sopravvalutato, nella discografia di Kirlian Camera. L’ho fatto volentieri come tutti gli altri, ma la faciloneria da base che l’attraversa mi crea qualche imbarazzo, a volte, così non l’ascolto quasi mai. Non è che non mi piaccia sicuramente rispetto chi lo ama, ci mancherebbe! Ma… posso dire che non mi ci ritrovo, nonostante sia praticamente mio, come lavoro: allora preferisco “Todesengel”. La svolta avvenuta nel 1997, da The Desert Inside in poi, specialmente da STILL AIR (2000) ad oggi, mi trova molto più “a casa”, tra i sogni e la vita che mi appartengono completamente, in una continua ricerca dinamica, intesa ad evolvere idee musicali e non. L’apporto di Elena è stato incalcolabile, in quanto a creatività e potenzialità espressive. Niente cose future con ex-collaboratori in cantiere, quindi. Sono stati davvero ottimi incontri nella storia ormai lontanta di KC, ma ora… ognuno segue la propria strada. L’attuale formazione, praticamente un duo allargato a vari collahboratori temporanei come Sarh Crespi (violino, viola, tastiere), Falk Pitschk (tastiete, elettronica) e Andrea Savelli (tastiere), rimane stabile da 8 anni ed è la più longeva. Quella che amo e volevo da sempre, in quanto musicista e non musicofilo o teorico musicale. Tornare indietro sarebbe la fine…

6) La Storia e la Natura ci fanno sentire piccoli piccoli. Secondo voi siamo più spettatori o più protagonisti?

Elena Alice: Siamo protagonisti proprio quando siamo spettatori, perchè diamo il consenso a chi sta finendo di distruggere tutto. La paura rende complici dei tiranni, come minimo. Bisogna essere pronti a morire: questo rende più liberi e più luminosi. E pronti a morire bisogna esserlo sul serio, senza causarsi situazioni negative appositamente, per autolesionismo o bisogno di autocelebrazioni egocentriche tipo l’eroismo nella sua forma più celebrata popolarmente, squallida e “condita” dalle chiacchiere. L’autolesionismo, il masochismo e la presunta deità del finto eroe non c’entrano nulla col combattere per gli ideali più importanti, che sono… non rivelabili, spesso, almeno non pubblicamente. “Non rivelare2 certe volte significa prepararsi a morire nel momento giusto, in cui la tua morte serve. Questo è vero protagonismo. Purezza ed intelligenza. A dispetto del dolore che la solitudine più titanica ed impietosa reca.

7) Molte persone si servono troppo della propria ed altrui ignoranza condita da parecchia malafede: puntano il dito su chi non si lascia classificare secondo le etichette del Pensiero Unico Dominante… cosa vi sentite di dire a queste persone?

Angelo – Il dito va puntato contro chi distrugge. Sta arrivando un periodo molto difficile. I puritani/inquisitori del pensiero moriranno, così come moriranno i maiali che hanno sfruttato i desideri di libertà per creare un porcile schifoso tinto di democrazia negativa e sfascio. Resteranno i forti, siano belli, biondi e con gli occhi azzurri o in una sedia a rotelle e senza occhi fisici…

8) Spazio libero: dediche, saluti e promesse!

KIRLIAN CAMERA – Promettiamo di non prendere in giro nessuno e di continuare a credere con forza titanica nella verità, fino alle estreme conseguenze, se necessario. Per noi è cosa facile… non potremmo mai promettere cose difficili! AH AH AH!!!