Roma Amor… Vincit omnia!

Posted in musica on Settembre 16, 2008 by iceagezine

Di Anna Le Rose

Immagino una scena così… “Silenzio signori!” trafelato invoca l’oste, ma il vocìo etilico andante non accenna a diminuire. Ora una grossa risata si scaglia contro le umide pareti di un luogo che ha visto e sentito tanto, a volte troppo. Neanche la fisarmonica che ha iniziato a suonare prende possesso del signor Silenzio. Ma d’un tratto lo schiamazzo tace e i Roma Amor tra sorriso e malinconia ci narrano le loro storie…

ROMA AMOR - s/t, 2008 OEC

1- Domanda rituale: come nasce il progetto Roma Amor e perche questo nome?

I Roma Amor sono nati circa due anni fa dall’incontro di Euski e Candela e dal loro desiderio di combinare sonorità della musica da cabaret e della cultura popolare e tradizionale europea.         
La formula bifronte Roma Amor ci è piaciuta da subito perché si adatta bene alla nostra musica: energica e malinconica, romantica e avvelenata, calibrata ma sghemba, in altre parole qualcosa e il suo opposto allo stesso tempo. L’idea ci è venuta leggendo alcuni saggi sulle origini esoteriche del nome di Roma. Secondo alcuni storici Amor, traduzione in latino di “amore” e palindromo di Roma, è il nome segreto della città. Roma potrebbe aver conquistato il suo impero grazie alla promessa di Amor (o almeno questa è l’ipotesi di alcuni studiosi).

2- Tanto dolce quanto sensuale la voce di Euski, che accompagnata da una fisarmonica ci apre le porte di un’osteria. Il profumo della cucina popolare, caraffe di vino rosso, uomini e donne con vizi, segreti e virtù… Cosa vedono e cosa sentono i Roma Amor dal palcoscenico? 

  Certamente il desiderio di condividere qualcosa di intimo, segreto e prezioso ci spinge a preferire locali raccolti come osterie e piccoli club. E’ difficile comunicare esplicitamente un segreto: a volte lo si fa sommessamente, a volte gridando l’opposto, altre volte cercando di ammaliare.

3- Un po’ clown, un po’ poeti, un po’ attori, ma profondamente uomini… Cosa invece con queste vesti desiderate raccontarci?

Raccontare è uno degli elementi caratteristici del cabaret che vorremmo riscoprire. Nella musica da cabaret il testo è spesso legato ad una storia da trasmettere, presentata in rima o sottoforma di filastrocca o ninna nanna. Nelle nostre nuove canzoni ci sono tante storie e leggende che avremo il piacere di condividere con te e con chiunque le voglia ascoltare non appena torneremo a suonare dal vivo. E sarà molto presto!

4- Bacalov, Almond, Brèl. Come mai la scelta di inserire tante cover nel vostro primo lavoro?

Nell’album ci sono quattro cover e “Next” di Brel è presente in due versioni differenti. Come nel caso dei Cramps, una band new wave cha a noi piace molto e che nel disco d’esordio reinterpretò cinque classici rock’n’roll, non si tratta di cover intese come rivisitazioni fedeli al modello originale. Le abbiamo invece personalizzate facendole nostre e utilizzando il brano originale solo come punto di partenza per darne una nuova lettura. A nostro parere ci stanno tutte nell’atmosfera del disco e hanno il compito di definire le nostre influenze musicali. Sono il nostro manifesto programmatico. In particolare Almond e Brel sono i due punti di riferimento che ci hanno spinto a mettere in piedi questo progetto. Euski è una fan di Almond da più di vent’anni e il suo stile vocale ne è fortemente condizionato. Brel non ha certo bisogno di presentazioni: è un maestro nel raccontare storie e ha ispirato molti tra i nostri cantanti preferiti, da Scott Walker a Bowie, da Gavin Friday a De André fino allo stesso Almond…

5- Sulla vostra pagina MySpace ho letto: AMOR VINCIT OMNIA. Virgilio, nelle Bucoliche, scrisse: “Omnia vincit Amor et nos cedemus amori” (L’amore vince tutto e noi cediamo all’amore). Per voi l’amore è un valore che veicola sentimenti o un sentimento che ci permette di riconoscere valori?

Definire l’amore è qualcosa che ne sminuirebbe la natura, perché è cosa troppo grande per essere inserita in un solo contesto o trattata da un solo punto di vista. Ognuno può mettere o vedere amore come e dove vuole. Per noi l’amore è la più alta manifestazione dello spirito che trionfa su tutto.

6- L’Old Europa Cafè ha puntato su di voi. Credete che questa collaborazione proseguirà nel tempo?

Con l’Old Europa Cafè c’è un rapporto di reciproca stima e fiducia e siamo molto grati a Rodolfo, il boss dell’etichetta, per averci prodotto senza interferire in alcun modo nelle nostre scelte artistiche. Con queste premesse ci auguriamo che questa collaborazione continui.

7- Salutandovi vi chiedo qualche anticipazione su live e progetti futuri…

Forse è troppo presto per parlarne, visto che le cose possono sempre cambiare direzione, ma stiamo facendo ricerche sul folklore della nostra regione che crediamo possano essere materiale interessante per comporre nuove canzoni originali da inserire in un possibile secondo album. Il mondo rurale e la cultura dei contadini, da sempre tra la sfera pagana e cristiana, prevedono anche la presenza di personaggi sovrannaturali poco benevoli e protettivi, come la Borda, la Zirinelda, il Papon…, che servivano agli uomini per far conoscere e rispettare le regole della natura, ai bambini per comportarsi bene e a tutti per condividere il brivido del mistero. Noi non siamo sfuggiti a questo fascino, che stiamo cercando di portare in musica.

A breve ci sarà l’occasione di sentire dal vivo un’anteprima di queste nuove composizioni nell’ambito di un evento organizzato dall’OEC i cui dettagli saranno comunicati quanto prima sulla nostra pagina myspace (www.myspace.com/romamorensemble)  e sul sito dell’OEC (www.oldeuropacafe.com). 

E’ stato un piacere chiacchierare con te e ovviamente ti aspettiamo al concerto!

Le luci di Hessdalen

Posted in misteri, miti e leggende on Giugno 28, 2008 by iceagezine

Il chiacchiericcio degli elfi…

Sono fenomeni di luce, apparentemente inspiegabili segnalati nella zona di Hessdalen, cittadina a sud di Trondheim, in Norvegia.
Le prime segnalazioni avvennero all’inizio degli anni Ottanta, queste innumerevoli osservazioni parevano associarsi agli Ufo. Nell’84 Erling Strand diede vita al Project Hessdalen, che iniziò, con gli strumenti appositi ad effettuare le prime rilevazioni. I risultati in proposito, suggerirono la presenza di strani fenomeni luminosi, tendenti a manifestarsi in concomitanza di perturbazioni magnetiche provocate da tempeste solari. (ipotesi smentita da recenti studi, in quanto l’innesco del fenomeno non sarebbe provocato dall’attività solare).
Il primo risultato fu la dimostrazione che il fenomeno era misurabile.
Queste luci hanno essenzialmente una forma sferica, e svariati colori: bianco, rosso , blu, pulsazioni intermittenti o luce fissa, possono apparire sia in cielo che in prossimità del suolo, muoversi irregolarmente, sia lentamente che in gran velocità, fermarsi, svanire e riapparire altrove.

Da trentanni ,sino a giungere ad oggi, queste Jldkule , così le chiamano i valligiani, continuano a illuminare i cieli della Zona di Hessdalen.
Vi sono altre zone nel mondo dove sono stati osservati gli stessi fenomeni, ma quello della cittadina scandinava rimane il più importante, non per tipo o frequenza del fenomeno, ma perché unica ad essere stata soggetta a spedizioni scientifiche atte all’investigazione del fenomeno.

Erling Strand e Bjorn Hauge, costituiscono nel 98’ un osservatorio operativo a Hessdalen in modo da monitorare i fenomeni in tempo reale, tracciando così una statistica temporale…le luci tendono ad apparire sovente nel periodo invernale, dalle 22 all’1.

Dal 2000 varie missioni italiane (Embla, cioè collaborazione tra il CNR e il CIPH) hanno tentato di raccogliere più dati possibili riguardo al fenomeno, venendo alle seguenti conclusioni:
la luminosità del fenomeno può superare di netto i 100 Kw,
le forme dei corpi luminosi tendono ad essere geometriche e simmetriche
corpi grandi espellono corpi più piccoli
nei casi in cui le luci sfiorano il terreno avviene un rilascio di particelle lievemente radioattive
la Valle di Hessdalen è totalmente elettrificata , flash luminosi d’una frazione di secondo appaiono in cielo e terra ,
i corpi variano in luminosità, fino a scomparire d’improvviso e riproponendosi in nuovi cicli in un breve lasso di tempo
i corpi sono di natura termica, la luminosità di essi è prodotta da una sostanza riscaldata
la luminosità è associata a segnali radio a bassa frequenza con caratteristiche Doppler (red e blue shift)
Con i nuovi dati in possesso è stato possibile scremare la vasta gamma d’ipotesi ancora aleggianti…la famosa tesi Abrahamson delle particelle riscaldate estratte dal terreno conseguentemente ad una forte scossa elettrica esterna, cioè una delle più accreditate è decaduta in quanto l’elettricità prodotta dalle flessioni tettoniche sarebbe flebilissima. Da escludere anche Il Vorton di Fryberger e la tesi dell’attività ionosferica, che non permetterebbe di spiegare la forma e soprattutto i lunghi tempi delle sfere ammirate.

E che spiegazione dare allora a tuttociò?

David Turner, afferma che lo scambio di energia termica, elettrica e chimica tra un plasma e un’atmosfera colma di vapore d’acqua e aerosol, è in grado di creare sfere di luce, come quelle di Hessdalen. Esse, costituite da un plasma all’interno e da uno strato esterno con funzione refrigerante, producono energia che permette l’esistenza di una “autoregolazione” .
Ma rimane pur sempre un’ipotesi , perché dissipare questo mistero rimarrà con molta probabilità una chimera.

Quando la Stasi è l’inizio di tutto.

Posted in letteratura on Giugno 15, 2008 by iceagezine

Diana Clerici, 21 anni. “Stasi” la sua prima pubblicazione. A bassa voce tra Sogni e Visioni ci racconta la sua Poesia…

Di Anna le Rose

1- Diana innanzitutto grazie per essere con noi! Inizio con una domanda d’obbligo: perchè “Stasi”?

D: Sono io che ringrazio voi per l’interesse e il supporto! Il titolo “Stasi” è nato da un contrasto tra il mio stato d’animo e il periodo in cui è stata scritta la maggior parte delle mie poesie. era infatti la primavera/estate del 2007, momento di rinascita, e quindi cambiamento della natura, che divergeva molto dalla “stasi” e dall’immutabilità che provavo in quel momento.

2- Il tuo è un libro dal forte potere evocativo. Le parole si fondono con gli stati d’animo che a loro volta diventano colori e poi ombre, luci, esseri, dimensioni… Ci sono immagini a cui associ le tue parole?

D: Mi fa piacere che alle parole si siano unite anche le immagini. Mi piace associare i versi e le parole di una poesia alla Luna. Nell’oscurità della giornata, la Luna compare mostrandoci la stessa faccia, in ogni angolo del mondo. Ma è da tempo che gli uomini, non solo poeti, sono affascinati da essa e la pongono al centro di un’incessante serie di favole, leggende, metafore… Trovo che una poesia, e che quindi le parole usate siano di primo impatto obiettive, ma poi, nell’oscurità del nostro animo, la sensibilità del lettore può cogliere gli aspetti che sorgono dalla sua individualità.

3- La Poesia è ciò che rende possibile l’impossibile. Ancor più della prosa, soggetta per sua natura a vincoli sematici maggiormente rigidi, essa libera ciò che di più recondito nidifica nell’animo umano. Tu come vivi quest’Arte?

D: Sono d’accordo con la tua analisi, ed è per questo che ho scelto questo mezzo espressivo per metter su carta le mie emozioni, cosa che ho iniziato a fare da circa due o tre anni. In un certo senso, per me leggere una poesia è come osservare un quadro: non bisogna necessariamente attenersi all’oggettività del disegno e capire cosa e perchè l’autore abbia voluto rappresentare quel soggetto, ma è da quello che il disegno stesso ci trasmette (bello o brutto che sia) che si impara ad amare l’arte e se stessi.

4- Il tema del divino ricorre spesso nei tuoi versi. Qual è il tuo rapporto con la spiritualità?

D: Credo che lo spiritualità sia presente in ogni cosa, animata o no. C’è un ordine davvero straordinario nella natura e nell’universo che non si può non rimanervi affascinati. Riguardo a Dio, non so se esista davvero un essere che abbia deciso di creare tutto questo, ma in un certo senso è meglio se non ci sia rivelato, verrebbe a mancare un grande argomento di riflessione che da sempre ci apre la mente e lo spirito.

5- Nel prologo inviti il lettore a non meditare su come tu sia, io però una domanda vorrei fartela. Quali sono i tuoi “sentimenti spesso sopiti” e “deliri spesso negati”?

D: Si tratta principalmente dell’impossibilità di esprimere, non solo a parole, ma anche coi fatti, quello che si è realmente a causa di catene e vincoli che ci impone la società, la famiglia o addirittura noi stessi.
Molte volte sono frenata nelle azioni che veramente vorrei fare perchè penso a come possano reagire terze persone. Ho sempre avuto paura e soggezione del tempo che passa e quindi non realizzare i mie sogni o concretizzare i miei stimoli mi ha più volte tormentato.

6- Quando ho letto per la prima volta le tue poesie ho avuto la sensazione di calarmi in atmosfere alla Milton nel suo “Paradiso Perduto”. Quali sono gli artisti (scrittori, poeti, musicisti, bands, pittori etc. etc.) che ti hanno ispirato e a cui ti senti affine?

D: Grazie per l’associazione, sono molto onorata! Il “Paradiso perduto” è di sicuro una delle mie opere preferite, anche se per le poesie contenute in “Stasi” credo si possano respirare le atmosfere e i contenuti di poeti come Baudelaire, Donne, Dante e anche un pizzico di Shakespeare. Ci sono inoltre due poesie ispirate rispettivamente all’ “Elettra” di Hofmannsthal e al “Faust” di Goehte, altri autori a cui mi sento particolarmente legata, soprattutto quest’ultimo.

7- “Apri e chiudi i miei occhi, e sempre, ti prego, leggili. E trova quello che ho trovato io negli occhi dell’umanità: poesia”. Queste parole sembrano indicare l’inizio e la fine del tuo viaggio. La poesia ti ha condotto in un sogno impossibile reso possibile dalla scoperta della poesia stessa nell’umanità. Ed è qui che forse gli occhi del poeta vedono meglio di quelli del comune mortale. Vizi, virtù, debolezze, forze… Ti saluto con questa domanda: cosa hai scoperto dell’uomo?

D: Ho scoperto che l’uomo ha da tempo allontanato da sé la vera bellezza, che io indico come l’”inizio di tutto” e che non è da intendersi solo in senso estetico , ma in senso più ampio e cioè i veri valori della semplicità e dell’innocenza (“Candida appari…”). Ho scoperto che l’uomo può causare male profondo con semplici parole, che raggiungono il cuore e arrivano come mucchi di terra, pronti a coprirti (“Tra terra”). Ma ho scoperto anche che l’uomo può elevarsi a un essere divino nella solitudine della natura (“Solitario adepto”, “Dio è”) e “innamorarsi dell’intera vita”.

Un “Corto Circuito ” che “Danza sull’acqua”.

Posted in musica on Maggio 16, 2008 by iceagezine

Di Anna Le Rose

Quante bands tentano di ricalcare le orme delle grandi formazioni che la storia della musica ci ha regalato? Tante. Troppe. Poche con buoni ed originali risultati. Le restanti si realizzano noiosamente con la poca convinzione di chi le ascolta, e forse anche di chi le porta avanti a volte. I Sinezamia sono invece un valido esempio di giovani musicisti che attraverso esperienze e gusti musicali diversi sono arrivati a proporre un EP degno di attenzione. Prendendo spunto da formazioni come Litfiba, Diaframma, Neon e Joy Division i nostri mantovani hanno unito elementi di rock a ritmiche ossessivamente dark dando vita a “Fronde”, primo EP autoprodotto. Certo, le imprecisioni ci sono, ma la materia anche. E a noi non resta che incoraggiarli… Ad maiora semper ragazzi!

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1- Domanda quasi di rito: perchè Sinezamia?

Marco Grazzi: Perchè Sinezamia? Bella domanda… Tutto risale mi pare al 2003, quando proposi un nome per l’allora band di Carlo Enrico, Claudio e Simone, “Senza Pregiudizio”, che tradotto in latino diventa “Sine Zamia”. Non venne usato, ma, nel 2004, appena ci ritrovammo per dar vita a questo nuovo progetto il nome non poteva che essere questo!

2- Dal momento in cui la vostra musica ha iniziato a circolare ovviamente siete stati accostati alle storiche bands delle new-wave di casa nostra, anche per il cantato in italiano. Com’è nato il vostro progetto? Ascoltavate tutti lo stesso genere o vi siete contagiati?

M.G.: E’ nato nel maggio del 2004, quando ancora eravamo minorenni. Tutti avevamo necessità di suonare, di proporre qualcosa che fosse diverso dalle altre bands emergenti. Quando mi trovavo con gli altri ragazzi non portavo mai i classici cd come Metallica o Iron Maiden, ma i primi Litfiba, Diaframma, Joy Division… Il classico “dark”! All’inizio non piacevano a nessuno, poi col tempo hanno iniziato ad apprezzare e ne sono rimasti catturati. Ovviamente ancora oggi gli ascolti all’interno della band sono vari, si passa dalla mia dark-wave (amo la scena fiorentina e romana) ai Pink Floyd o Black Sabbath di Marco, il chitarrista. Claudio, il batterista, ama i Nirvana, e il fratello Simone, il bassista, ascolta anche i Nomadi! Carlo Enrico, il tastierista, apprezza Enrico Ruggeri, Franz Ferdinand, Radiohead, poi tutti ascoltiamo Litfiba, Diaframma, Timoria, Joy Division e così via. Abbiamo iniziato eseguendo cover dei primi Litfiba come “Eroe nel vento”, “La preda”, “Guerra”, “Siberia” dei Diaframma e “Transmission” dei Joy Division, e in contemporanea nascevano i nostri primi pezzi, come “Corto Circuito”, “Fotografia”, “Noia”, “Volti”, tutti registrati artigianalmente e contenuti nella demo “Il gelido fuoco delle notte solare”, uscito in sole 25 copie che non ricordo neanche a chi possa averle regalate!

3- Peccato… sarebbe stato bello poterlo ascoltare! Personalmente ho trovato “Fronde”, il vostro primo vero EP autoprodotto, molto piacevole e, al di là di cosette da sistemare, alcune secondo me pecca dell’autoproduzione, avete davvero un potenziale su cui lavorare, date anche le sfumature che rendono la vostra new-wave diversa rispetto ai troppi cloni che oggi ascoltiamo. A tal proposito, come vivete le critiche di chi vi vorrebbe musicalmente meno contaminati?

M.G.: Innanzitutto ti ringrazio del complimento! E’ davvero bello quando qualcuno apprezza il nostro “Fronde” e lo critica in modo costruttivo! Con il senno di poi è ovvio che anch’io cambierei molte cose, ma considerando che lo abbiamo registrato in un solo giorno in una lunga session di 13 ore filate, tutto in diretta e non in una sala d’incisione ma nella nostra sala prove corredata di separè, siamo fieri del risultato!

Hai colto quello che secondo me ci contraddistingue rispetto agli altri gruppi new-wave. Come dici tu abbiamo sfumature diverse, magari più rock per la chitarra di Marco, più dark per il mio timbro vocale. Il sound dei Sinezamia è un mix di tante influenze, sfociate in un suono simil new-wave, darkeggiante ed energico. Chi ci vorrebbe meno contaminati? Beh, le influenze esistono per tutti, e ci sono anche per noi, o meglio, c’erano maggiormente nei primi periodi. Non vedo tutta questa somiglianza con i pezzi dei primi Litfiba ad esempio, sarà una questione di “atmosfera”, ma non un “copia e incolla” che molti ahimè fanno!

4- Hai citato il tuo timbro vocale Marco… Potremmo parlarne per ore, ma tiro dritto e vado al punto. Dono di Madre natura o timbrica volutamente calcata ed oscura? Non risparmi certo energie in giochi vocali dai toni ombrosi…

M.G.: Premetto che sono un autodidatta, non amo le scuole di canto. Preferisco spontanea e naturale, un po’ “naif”. Trovo le voci nate dalle scuole di canto per lo più uguali e e costruite. Il mio è un timbro basso di natura, “oscuro” come dici tu. Ho sempre amato le voci di Nicola Vannini, Miro Sassolini, il Pelù ‘80/’89, Marcello Michelotti dei Neon. Ovvio che poi calandomi nell’interpretazione dei testi viva molto l’aspetto emotivo… se un testo è tino di amarezza ad esempio, il mio modo di cantarlo enfatizzerà quel lato. Voglio far passare un aspetto “cupo” nella nostra musica, nel mio modo di vedere le cose. Credo, almeno in questo, di riuscirci. Ultimamente però, soprattutto nei pezzi nuovi, ho alzato il tono per dar spazio ad un aspetto più violento e d’impatto, ma è tutto naturale, conseguenza del mio attuale periodo.

(Sorrido ascoltando l’inizio simil tango-dark di “Illusioni”…)

5- C’è un brano al quale vi sentite particolarmente legati o che secondo voi vi identifica maggiormente?

M.G.: Ognuno all’interno del gruppo credo che abbia il suo. Personalmente credo che quello che ci rappresenti maggiormente sia “Danza sull’acqua”, che è anche quello pìù amato dai nostri fans. ha avuto anche passaggi in radio, ad esempio su All Gothic, di Catania. Pensa che un nostro caro fan di Napoli l’ha pure suonata ad un’assemblea studentesca presentandola come “Brano di una promettente band new-wave di Mantova”!

6- La partecipazione attiva di chi segue è sicuramente uno dei lati più belli del fare Arte, ma esistono anche delle negatività inevitabilmente. La piccola provincia italiana ad esempio spesso penalizza la crescita di realtà diverse dallo standard commerciale. Voi come vivete la vostra?

M.G.: Ne siamo un esempio lampantr ahimè! Nella nostra provincia siamo abbastanza snobbati. Ci penalizza anche essere l’unico gruppo new-wave  e non avere quindi possibilità di condivisione di esperienze e genere. Si da spazio per lo più alle cover band, che secondo me rovinano tante possibilità! Un conto è proporre alcune cover, come noi, un altro è suonare brani triti e ritriti! Oppure lo spazio è concesso solo alle band metal, l’una clone dell’altra, e le realtà diverse vengono isolate. Mantova poi è una città carente si strutture adatte alla musica, aggiungici poi che la gente è ignorante in materie e anche poco aperta e il gioco è fatto. Si preferisce fare l’aperitvo o andare aballare nel locale in o di moda. Comunque stiamo riuscendo a conoscere mantovani che ascoltano new-wave, e non ti dico la reazione che hanno quando scoprono che a Mantova c’è un gruppo che suona quel genere!

7- Le copie di “Fronde” sono state tutte vendute, anche all’estero. La critica, al di là di alcuni appunti, vi ha accolto bene. Tutti aspettiamo il vostro secondo lavoro. Ora cosa state preparando? Prossimi appuntamenti live, pensieri e saluti…

M.G.: Le copie ufficiali sono state cento, tutte numerate a mano e oro-serigrafate, aspetto collezionistico che ha reso felici molti, me compreso. Sono state vendute tutte per corrispondenza, il che ci ha permesso d’instaurare rapporti con tante persone di tutta Otalia, infatti “Fronde” è stato spedito nelle province di Bari, Catania, Cosenza, Cremona, Firenze, Mantova, Napoli, Novara, Rimini, Roma, Sassari, Sondrio, Teramo, Torino, Verona e in Belgio, Irlanda, Polonia e Svezia. Sono state stampate poi altre copie senza tiratura, in bustina con serigrafia bianca, spedite anche in altre province, come Enna ed Otranto.

Il nostro prossimo lavoro è in evoluzione, stiamo stendendo nuovi brani e ne siamo soddisfatti. Vedremo se sarà un EP o un Debut Album. Non so dirti quando uscirà, sicuramente non prima dell’autunno-inverno. Tra i titoli posso anticiparti “Dilanio dell’anima”, “Sacralità”, “Lussuria”, “Venezia”. Al momento siamo concentrati sulla stesura dei pezzi, visto anche che l’estate non è un momento molto fortunato per i live, ma ne stiamo già accordando qualcuno da settembre in avanti, e ci saranno anche delle date molto importanti.

Ti ringrazio enormemente Anna per lo spazio che ci hai concesso, ringrazio la redazione di Ice Age e tutti quelli che sono arrivati a leggere fin qui. Se volete ascoltare la nostra musica, vedere filmati tratti dai live, leggere recensioni e commenti, visitateci su: www.myspace.com/sinezamiamantova o scriveteci all’indirizzo e-mail sinezamia@hotmail.it

THURSDAY ON AIR 08-05-2008

Posted in THURSDAY ON AIR - Le playlist del giovedì di Ice Age on Maggio 8, 2008 by iceagezine

Oggi Ice Age con la sua playlist ha deciso di omaggiare uno dei capolavori di tutti i tempi, “Il Signore degli Anelli”, di J.R.R. Tolkien, traendo alcuni brani dalla colonna sonora della trasposizione cinematografica. Facile e difficile al contempo parlare di quest’opera. Non è solo un racconto epico, non è solo un romanzo fantasy, non è solo una trilogia che diletta e appassiona generazioni intere. E’ formazione, insegnamento, metafora di vita. E’ coraggio e valore, onestà e fedeltà, integrità d’animo ed elevazione di spirito. E’ la bellezza della semplicità della vita, l’attaccamento agli amici, il coraggio nella battaglia. E’ riflessione sull’umana esistenza. Un piccolo anello conserva in se l’inganno monumentale di governare Cielo e Terra, smodato desiderio che da sempre logora l’animo umano. E’ la verità della Natura, con la quale l’Uomo si scontra e s’incontra.

Concerning Hobbits

Minas Tirith

The Hornburg

Gollum’s Song

Into the West

Flight to the Ford

Shelob’s Lair

Samwise the Brave

Lothlorien

“POSSIAMO SOLO DECIDERE COSA FARE CON IL TEMPO CHE CI VIENE CONCESSO…”

Tra passato e futuro… Hiroshima Mon Amour.

Posted in musica on Aprile 29, 2008 by iceagezine

Di Anna Le Rose

E’ bello sapere che da qualche parte esiste ancora a distanza di tanti anni qualcuno che ama l’italica new-wave fatta di essenzialità e buon gusto. No, non esagero se parlando degli Hiroshima Mon Amour rimando i miei pensieri alle note di gruppi storici come Diaframma e Litfiba! Ma ciò che davvero rende questa formazione diversa dalle altre è la capacità di aver saputo creare un marchio di fabbrica tutto originale nonostante le pedisseque imitazioni che da anni pullulano la scena musicale di riferimento. Ed è così che i nostri ragazzi di Teramo, nonostante le pause con cui si sono dovuti confrontare, sono riusciti a conquistare pubblico e critica. Coinvolgono con le loro melodie “siberiane”, scandiscono il ritmo di cuori e pensieri, rincorrono e scorrono atmosfere plumbee. Questo, ma anche molto di più, rappresenta gli HMA, che attraverso le parole di Carlo Furii hanno raccontato ad Ice Age la loro storia…

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1- Carlo percorriamo in questa chiacchierata la vostra storia… Hiroshima Mon Amour, nome importante, film vessillo della Nouvelle Vague, brano storico degli Ultravox. Come mai proprio questa scelta?

Quando stavamo cercando un nome per il gruppo, ci guardavamo attorno per carpire dalle situazioni che ci circondavano qualcosa di adatto alla musica che colevamo suonare. “Hiroshima Mon Amour” mi sembrava molto adatto perchè “Hiroshima” mi faceva pensare a qualcosa di duro e drammatico, dal tragico episodio della Seconda Guerra Mondiale, mentre “Mon Amour” m’ispirava qualcosa di più dolce e romantico… Ed erano esattamente le due facce del nostro modo di far musica! Un nome che ci ha fatto discutere più di una volta: non piaceva ai miei compagni che lo ritenevano troppo lungo e complicato.

2- La band nasce a fine 1994, due demo-tapes, la fanzine “Petali Viola” distribuisce il vostro primo mini-cd autoprodotto. Come ricordi quegli anni? Stati d’animo? Progetti? Sogni?

Si, avevamo molti sogni allora e si respirava un’aria moto positiva. I demo-tapes erano andati bene ed eravamo riusciti a far parlare di noi in modo importante. Il mini-cd pubblicato in allegato a “Petali Viola” veniva a sancire il passaggio dal demo-tape al prodotto ufficiale confezionato. Avemmo un’esplosione di popolarità nell’ambiente new-wave/gotico italiano! Pochi mesi prima avevamo anche ricevuto una proposta discografica. Il nostro periodo più felice, forse…

3- Dopo due mesi dal mini-cd esce “Anno Zero”, il primo vero album. Dopo poco più di due anni arriva “Dedicata”. Impossibile non notare le diverse sonorità. da una new-wave venata di rock vi accostate a suoni molto più elettronici. Cosa ha scaturito il cambiamento? fattori esterni, esperienze nuove, gusti personali?

Vorrei chiarire una cosa importante: la nostra storia “compositiva” va letta al contrario, cioè “Dedicata” è il primo vero album degli HMA, ideato assieme al tastierista e membro fondatore Vincenzo Marchetti. Erano le nostre prime composizioni, usavamo la batteria elettronica e Vincenzo aveva una personalità prorompente, le due cose spiegano le forti tinte elettroniche dei pezzi ed anche alcune ingenuità nella loro stesura. La sua malattia e l’abbandono ci sconvolsero, pensavamo di non essere in grado di andare avanti senza di lui. Poi abbiamo deciso di continuare, ma anche di non suonare più quel repertorio, ripartire da zero. Abbiamo preso un batterista ed un niovo tastierista, il sound è cambiato, si è fatto più elettrico ed è nato “Anno Zero”. Successiavamente ci siamo accorti di essere ancora emotivamente legati alle canzoni del primo periodo, quelle che avevamo abbandonato, così le abbiamo recuperato ed incise. in “Dedicata” abbiamo usato i suoni e le tracce MIDI originali per ottenere un risultato più aderente possibile a quello che facevamo agli inizi, ingenuità comprese.

4- Arriviamo ora al primo, forse, vero momento difficile per la band, lo scioglimento. Come ci si sente in quei momenti? Personalmente mi sentirei spogliata di una parte importante di quel sogno…

Non è che gli HMA si siano mai realmente sciolti, parlerei piuttosto di cambi di formazione e di prolungati periodi di stop. Quello del 2001 è stato uno dei momenti più difficili da affrontare, sono stato più provato di quello che ho realmente mostrato, soprattutto per la frattura con Antonio Campanella, bassista e fondatore, nonchè mio alter ego all’interno del gruppo. Fino a quel momento i pezzi erano nati da un duro confronto tra noi due, lui era molto critico verso le mie proposte, però oggi penso che quello sia stato un processo costruttivo importante, che ha contribuito alla maturazione del nostro sound. E’ stato sicuramente un brutto colpo, ma adesso ho capito che la storia di un gruppo musicale è, in piccolo, la storia della vita stessa: è fatta di continui mutamenti, se riesci ad adattarti sopravvivi, altrimenti soccombi. Adesso io e Antonio siamo perfettamente riconciliati, anche se non suoniamo più insieme.

5- la storia continua e gli HMA si rialzano con una nuova formazione che ti vede come unico superstite. Arriva nel 2004 un nuovo mini-cd autoprodotto, £Hiroshima Mon Amour:4″. In quell’anno ricorreva anche il vostro decimo compleanno, festeggiato con una raccolta intitolata “Cambio 1995/2001″. Critiche ottime, come sempre del resto, sanciscono quel momento. Come ci si sente ad essere una delle formazioni più stimate nell’ambito, non solo della new-wave, ma di tutto il panorama rock alternativo made in Italy? Tra l’altro nel 2006 alcune vostre canzoni sono state inserite ne “Il Grande Dizionario della Canzone Italiana” curato da Dario Salvatori…

E’ stato molto duro rimettersi in gioco per una seconda volta, anche qui ho pensato che non ce l’avrei fatta, poi alcuni fortunati incontri mi hanno permesso di rimettere in piedi il progetto. “Luna”, brano inciso sul finire del 2001, è un po’ il simbolo di questa rinascita, che stavolta è maturata più sul palco che in studio di registrazione. Non pensavo che un album come “Cambio 1995/200″ potesse riscuotere così tanto successo di critica. Evidentemente la passione che abbiamo messo nel nostro lavoro si avverte. Come mi sento? Ma… Mai arrivato ad alcun traguardo, nella mia mente il miglior disco e la jmigliore canzone degli HMA devono ancora venire. Sento di avere ancora molte cose da dire e molte idee da sfruttare. Per quanto riguarda il libro di Salvatori, noi eravamo comletamente all’oscuro di essere stati citati come band dai testi meritevoli di essere ricordati nella storia della musica italiana. Lo abbiamo saputo casualmente quasi un anno dopo la sua pubblicazione, con nostro sommo stupore…

6- Il 2007 vede l’arrivo di “ES”, il lavoro a mio parere più oscuro che abbiate fatto. Cosa vi ha portato a questo concepimento?

Ho scritto “ES” nel 2005, un periodo in cui ero molto stressato, così come lo erano tutti i membri degli HMA a causa dell’Embryo Tour. Facevamo degli ottimi concerti, ma non era sufficiente per trovare buoni ingaggi come in passato, ero arrabbiato e non sapevo con chi prendermela. “ES” è molto simile ad un incubo, ho messo dentro questo lavoro il mio lato più oscuro e pessimista. Possiamo definirlo come la materializzazione delle mie paure più inconsce…

7- Ed eccoci ai giorni nostri… “Embryo Tour 2005″, un disco registrato dal vivo che inevitabilmente permette la prorompente fuoriuscita del vostro suono tipicamente dark/new-wave. Come nasce e come si evolve la composizione dei brani?

Gli HMA hanno avuto una storia molto frammentata, abbiamo attraversato varie fasi, quella più rock, quella più elettronica, quella più gotica. L’album “Embryo Tour 2005″ ha il merito di aver uniformato, grazie alla dimensione live, dieci anni di storia musicale in un suono unico e compatto. E’ difficile descrivere la nascita e l’evoluzione di un pezzo degli HMA. All’inizio nasceva tutto in cantina suonando insieme, poi si è iniziato a lavorare con più metodo partendo da una bozza fatta da me con chitarra acustica e voce. Oggi si lavora prevalentemente col computer, si prepara una base MIDI e ci si suona sopra. Quello che non è cambiato è il mio modo di scrivere i testi, su pezzi di carta volanti e con penna Bic nera, rigorosamente a notte fonda.

8- Dopo aver cambiato tante etichette siete approdati alla “Danze Moderne”, etichetta discografica indipendente che ti vede attivo in prima linea. Come vedi l’attuale panorama italiano?

Guarda, già mi hanno fatto questa domanda in un’altra intervista, ho risposto sinceramente e qualcuno si è offeso…  Ribadisco anche  ate che non vedo una scena italiana in buona salute. Evito di fare nomi, ma se il meglio è quello che ci stanno proponendo oggi i gruppi indie più in voga, la vedo messa male. Quando alcuni amicie  colleghi musicisti mi hanno chiesto di entrare nel progetto “Danze Moderne” sono stato titubante, ma poi mi sono detto che potevo fare il mio tentativo da dare un contributo al rock italiano. In Italia ci lamentiamo sempre, poi, quando si presenta l’occasione per darsi da fare, ci si tira indietro. Io non ho voluto tirarmi indietro.

9- L’ultima parola agli HMA…

Primo: ti ringrazio per l’intervista e per l’interesse che hai riservato al mio gruppo. Secondo: comprate “Embryo Tour 2005″, è un bel disco e merita l’ascolto. Terzo: se non conoscete ancora gli HMA visitate il nostro sito internet www.hma.it e la nostra pagina MySpace www.myspace.com/hiroshimamonamourband dove potrete ascoltare gratuitamente alcuni nostri brani.

CINEMA E PSICHE. La Surrealtà: una profonda idea di realtà.

Posted in cinema e teatro on Aprile 20, 2008 by iceagezine

Il poeta surrealista Desnos scriveva nel 1927: «Ciò che noi chiediamo al cinema è l’impossibile, l’inatteso, il sogno, la sorpresa, il lirismo che cancellano la viltà degli animi e li precipitano entusiasti sulle barricate e nelle avventure; ciò che noi chiediamo al cinema è ciò che l’amore e la vita ci rifiutano: è il mistero, è il miracolo».

 

L’esperienza dadaista anticipa nei tempi quella surrealista e ne fertilizza il terreno per la successiva nascita, preparandone così le esigenze, i motivi, i comportamenti. Le due avanguardie son strettamente legate, come da un grado di forte parentela ed è difficile trovare una linea di demarcazione tra esse, molti infatti, sono i punti in comune. Entrambe rifuggono da qualsivoglia schema programmatico, ed è dunque fine a se stesso il fatto di porli antiteticamente affiancati.

 

Prima della nascita del Surrealismo, i dada eran già attratti dalla possibilità d’espressione cinematografica, Picabia, Ray e Duchamp, ne sono il lampante esempio. E’ però da sottolineare come il surrealismo virò dall’esperienza dadaista. Il cinema dada dissacrava, distruggeva, sconvolgeva il senso, tagliava i conti con la visione filmica Tradizionale. Creava un Cinema derivato dall’automatismo psichico basato sull’estetica delle forme astratte pittorico-fotografiche. Fatto che portò la spaccatura tra i due movimenti. Il surrealismo puntava, nutrendosi del sovversivo spirito dada, ad un automatismo psichico che spalancasse le porte all’inconscio.

 

Nel surrealismo, fin dagli albori, v’è sempre stato l’estremo interesse per il cinema, ma non per quel che riguarda la produzione. Il punto di vista era quello del fruitore, una pozza nella quale attingere e successivamente nuotarvici, un tramite per giungere alla surrealtà. Le concezioni surrealiste vertono sull’idea di ricreare una dimensione onirica densa di “passione”, capace di smuovere mentalmente e fisicamente le stantie folle. Il sogno è elemento basico. Secondo Freud esso conduceva alla scoperta dell’inconscio. In esso, le immagini, le emozioni, le percezioni, avvengono e si succedono in maniera libera, illogica, fuori da ogni schema. Nel sogno infatti, la coscienza sui pensieri s’annulla, e può quindi aver libero sfogo l’inconscio, con le sue immagini simboliche, pregne di significato, che meritano un’attenta analisi. Nella illogica logica surrealista “Il sogno non fa fuggire dalla realtà, ma la elabora”.

 

I surrealisti si servivano del cinema per edificare il loro onirismo, erano soliti  frequentare le sale cinematografiche dei rioni popolari con un concetto di “toccata e fuga”, in poche parole, passavano da una sala all’altra, entravano e uscivano assemblando una sorta di collage astratto e irrazionale mentale dell’immagine. Volti, ambientazioni, oggetti, scritte erano fulcri per la personalissima creazione romanzesca. Questa tecnica, non era nient’altro che l’applicazione della “scrittura automatica” trasposta in versione “filmica”. Si può affermare quindi che il surrealismo accostato al cinema, è un metodo d’acquisizioine e uso delle immagini, che vengono intrecciate e spinte sino “al ciglio d’un burrone”. Il simbolismo dell’immagine richiama l’incoscio, che emerge portandosi appresso una “profonda“ idea di realtà, la surrealtà.

Questa fruizione del cinema, questa frequentazione del luogo atta a creare la “surrealtà”, rinnegava, se non nella facoltà surrealistica, l’interesse critico per il cinema , inquadrabile come arte indipendente. Secondo i surrealisti il cinema è una nuova forma di poesia, un’espressione di rivoluzione in grado di assaltare alla bajonetta , la borghesia e le arti che essa sviluppò.

 

Il messaggio del cinema surrealista si basava su una nozione chiara: il rifiuto per la tecnica per dar spazio all’importanza d’un contenuto. Essendo liberate dall’inconscio, le immagini, sfrontate, crude e immediate erano prive di filtri, pervenivano dirette senza formalismo alcuno e divenivano il grimaldello d’un sentimento rivoluzionario, antiborghese, anticlericale, anticulturale.

Un’immagine violenta avrebbe indotto l’occhio ad una diversa visione, un’immagine non formale, avrebbe indotto l’occhio a sviluppare una sorta di vista soprasensibile, più fine e acuta, la “vista” surreale.

Ma ecco la domanda che torna a gravitare in noi e a cui non è facile dare una risposta.

La Coquille et le Clergyman (1927) di Germaine Dulac, Un chien Andalou (1928), L’Age D’or (1930) di Luis Bunuel.

Perché la filmografia surrealista è così esigua?

 

Per la difficile trasposizione dell’automatismo psichico? Per l’esaurimento dell’innovazione avanguardistica? Per il progresso cinematografico?

Molti storici hanno perfino messo in discussione l’unione tra Surrealismo e Cinema, definendola come l’”Occasione mancata”,  persino Robert Breton nei suoi scritti venne a dire che il potenziale era notevole, ma non è stato assolutamente sfruttato, è come se tra Surrealismo e Cinema si fosse consumato un continuo ammiccarsi e rincorrersi, come tra Sole e Luna senza mai sfiorarsi, se non nel caso di un’eclissi.

THURSDAY ON AIR 10-04-2008

Posted in THURSDAY ON AIR - Le playlist del giovedì di Ice Age on Aprile 10, 2008 by iceagezine

Runes and men” – Death in June
“Verzweiflung” – Forseti
“Frozen light” – Harvest Rain
“Der knaben im moor” – Sturmpercht
“Ob Auch Mein Herz So Funkel” – Allerseelen
“Söhne Des Ares” – Orplid
“Seppelliscimi In Piedi” – Foresta di ferro
“Gloomy White Sunday” – Von Thronstahl
“Ichnusa” – Varunna
“Angel Always Stands For Us’” – Rose Rovine e Amanti
“Tod Ist Die Liebe” – Belborn
“Eismahd” – Sonne Hagal
“Song of Proserpine” – Romowe Rikoito

THURSDAY ON AIR 27-03-2008

Posted in THURSDAY ON AIR - Le playlist del giovedì di Ice Age on Marzo 27, 2008 by iceagezine

“A forest” – The Cure
“Shadowplay” – Joy Division
“Girls don’t count” – Section 25
“All night party” – A Cartain Ratio
“Fireworks” – Siouxsie and The Banshees
“Dark entries” – Bauhaus
“Mouth to mouth” – The Glove
“Black planet” – The Sisters of Mercy
“Money is not our God” – Killing Joke
“Lost in a moment” – Sad Lovers and Giants
“Second skin” – The Chameleons
“Orgasm addict” – Buzzcocks

Riccardo Prencipe’s Corde Oblique: tra Respiri e Volontà d’Arte.

Posted in musica on Marzo 25, 2008 by iceagezine

Di Anna Le Rose

Ci sono attimi nella vita in cui ti soffermi su dettagli che in altre occasioni non avevi minimamente tenuto in considerazione. Lì affiorano profumi, ricordi, emozioni, dolori, piaceri, visioni. Quasi come se il sangue iniziasse a scorrere per la prima volta in quel momento. Così è stato ascoltando “Volontà d’Arte”, ultimo lavoro di Riccardo Prencipe. Facile lasciarsi andare al vibrare delle parole quando l’emozione che ti trasmette un album come questo è così forte! Facile parlarne bene insomma! Ma come non farlo?! Come rendersi impersonali quando il cuore danza al ritmo di antiche melodie che profumano di Terra e Mare? Bisogna solo fermarsi e custodire quel momento.

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1- Riccardo dopo un anno e mezzo da “Respiri” ci ritroviamo a parlare di “Volontà d’Arte”, il tuo ultimo album. Nella nostra precedente “chiacchierata” abbiamo riflettuto sulle contaminazioni musicali che le tue origini partenopee inivitabilmente apportano alla tua musica. Vorrei porti un nuovo spunto questa volta al di là dei suoni… Quali colori legheresti a quest’album?

R. – Per una semplice ragione psicologica sono portato a legare ad ogni mio album i colori dell’artwork, molto probabilmente la scelta stessa dei colori scaturisce dal sound che presenta il disco. Dovendoti dare una risposta alternativa direi senza dubbio il bordeaux, l’arancio scuro e il verde acqua. Tuttavia ogni brano si legherebbe a tinte assai diverse, unite soprattutto ai diversi luoghi a cui si ispirano i brani, arriveremmo quindi ad una tavolozza estremamente variopinta.

2- Dal titolo dell’album si evince il tuo forte legame con la Storia dell’Arte. In che misura incide la conoscenza di questa materia nel tuo far musica? Ci sono artisti ai quali ti senti particolarmente vicino per sensibilità, concezioni o ispirazioni?

R. – La misura è enorme, in quanto sono convinto che sia fondamentale creare dei cortocircuiti fra le componenti della nostra vita; questo in generale fa si che ognuno possa essere realmente sé stesso e non tentare di assomigliare a qualcun altro. Gli artisti a cui mi sento più vicino sono: Man Ray, Marcel Duchamp, Simone Martini e lo scrittore Marcel Proust.

3- “Kunstwollen”… Dove trovi la tua Volontà d’Arte?

R. – Nei luoghi a cui dedico le musiche che essi stessi mi trasmettono.

4- Purtroppo la Storia dell’Arte viene sempre meno studiata e approfondita dai ragazzi, che spesso la trovano un po’ noiosa. Devo dire che ciò è dovuto anche al metodo d’insegnamento che sempre meno coinvolge e appassiona. Oltre al tuo impegno di musicista la vita ti vede nelle vesti di storico dell’arte. Come cerchi di conciliare queste due strade? Credi sia possibile avvalersi dell’immediatezza della musica per trascinare il pubblico alla scoperta di questa affascinante materia?

R. – E’ proprio quello che cerco di fare. In effetti credo che il problema della lontananza tra la gente e la storia dell’arte sia proprio il metodo d’insegnamento. Purtroppo esiste un’enorme quantità di docenti che insegna le cose in modo nozionistico e meccanico, privandole delle sensazioni necessarie a farle rivivere nel presente, è gente che dovrebbe fare solo ricerca e a cui credo non interessi insegnare. Nel mio piccolo cerco sempre di coniugare l’aspetto scientifico con quello romantico, che è un motivo fondamentale che ci spinge a fare questo mestiere. Dedicando dei brani ad alcuni luoghi cerco di risvegliare nella gente la curiosità verso questi, raccontarli dal mio punto di vista per spronare gli altri a raccontarli dal proprio.

5- uno degli aspetti peculiari del tuo far musica è la collaborazione con numerosi musicisti. In questo modo ogni brano diventa come una storia narrata a più voci, ciò conferisce ad ogni singolo pezzo un fascino tutto singolare. Ma la collaborazione a volte può dar vita ad inconvenienti di natura personale ed intima, piccole mortificazioni alla nostra vanità, il sentirsi privati di un qualcosa di esclusivo, di un’idea… A te è mai successo?

R. – Assolutamente no, in nessun senso. Sono molto attento e corretto sia a voler riconoscere la creatività altrui che nel pretendere che venga riconosciuta la mia. Nella maggior parte dei casi stendo sia l’arrangiamento che la melodia dei testi, quindi il problema non si pone; ma nei casi in cui da parte di un ospite c’è un contributo creativo, e non solo esecutivo, l’ho sempre riconosciuto sia verbalmente che formalmente. Ci tengo inoltre a sottolineare che l’importanza dell’interprete è per me fondamentale; non credo affatto di non aver bisigno di nessuno, sono cosciente di essere una mente che ha bisogno di altri organi per far funzionare l’organismo.

6- La prima parola che mi è saltata alla mente ascoltando l’album è Mediterraneità. Un concetto che non saprei definirti se non come una sorta di non luogo dove confluiscono tutte le ricchezze della nostra Terra, anch’io come sai sono meridionale. Attingiamo alla realtà che conosciamo, ne beviamo il succo, ne mordiamo la carne assorbendone l’essenza. Un’alchimia tra Natura e Storia. Secondo te dove si cela o dove si palesa la ricchezza della nostra tradizione?

R. – La ricchezza della nostra tradizione si cela nei difetti che essa purtroppo ci ha tramandato; le difficoltà in cui siamo cresciuti e in cui viviamo tuttora ci impongono di essere vigili e attenti. Inoltre il fatto di essere cresciuti a stretto contatto con il mito, ce lo ha reso familiare, verso l’antico è come se avessimo un atteggiamento confidenziale. Non credo ciecamente nei luoghi comuni, ma se esistono ci sarà un perchè…

7- Per un musicista credo che la dimensione live sia un momento di vera passione col pubblico, con la musica, con lo strumento. Ho avuto il piacere di assistere ad un tuo live e ne sono rimasta totalmente coinvolta! Tu come la vivi rispetto al momento creativo-compositivo?

R. – Sono cose molto diverse, tuttavia anche in questo caso indispensabili tra di loro. Il momento è un po’ il sesso della musica: c’è pancia, c’è piacere immediato, c’è fervore. il momento creativo invece è un concerto tra la mente ed il cuore, ma è fatto di solitudine, di intimismo, forse anche un po’ di misantropia.

8- Quali sono i tuoi ascolti al momento?

R. – E’ un momento in cui mi sento molto vicino agli Anathema, credo che abbiano molto da dire e siano un’ottima fusione tra malinconia ed energia. Sono inoltre legato da sempre alla musica antica, ed in primo luogo ai Micrologus, ensemble umbro che seguo da anni.

9- Cosa pensi dell’attuale situazione sociale partenopea? Intravedi delle vie d’uscita o credi che il futuro di Napoli resterà un magma caotico e, ahinoi, stagnante?

R. – Difficile a dirsi, credo però che i mass media enfatizzino un bel po’ i nostri problemi, non che non ne abbiamo, ma durante il perido in cui si aprlava del problema rifiuti mi hanno telefonato degli amici musicisti che vivono fuori chiedendomi se stessi bene in salute! Risultato dell’esigenza dei media di fare notizia…

10- Nel ringraziarti per aver voluto condividere con noi questo spazio lascio l’ultima parola a te…

R. – Grazie a te e grazie ai numerosi giornalisti che sono attenti verso le realtà italiane; il futuro della musica è anchenelle vostre mani, sentitevene responsabili nel bene e nel male!